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                                                                                                                                                                  TV

 

LA PORTA ROSSA
di  Carmine Elia
con Lino Guanciale, Gabriella Pession, Andrea Bosca
Italia –  2017 - 12 episodi/50'
Finalmente uno sceneggiato fantasy. Non ricordo più da quanto tempo non se ne vedeva uno. La storia. 
Lino Guanciale e’ un commissario un po’ fuori dalle righe, che tende a fare di testa sua e in una di queste occasioni, sulle tracce dello spacciatore (il messicano, che nome intelligente…) di una droga che ha già ucciso qualche giovanotto (ma a pensarci, non avevamo già visto Pietro Sermonti a Venezia sulle tracce di cinesi…)  viene ucciso a tradimento con un colpo alla schiena dopo che , mi pare, lo stesso fetente ha ucciso il messicano. L’anima di tutti e due si stacca dal corpo, anzi Guanciale vede quella del messicano fare questo lavoro e la vede entrare dentro una porta rossa. Farebbe lo stesso “irresistibilmente attratto” ma mentre tocca la maniglia ha una visione pre cognitiva: qualcuno sta per uccidere la moglie e poiché alle spalle di lei c’e l’albero di Natale, capisce che può fare in tempo a salvarla. Senza contare che può così prendere due piccioni, anzi lo stesso piccione perché quasi certamente quello è anche il suo assassino.
Naturalmente essendo uno spettro nessuno riesce a vederlo o a sentirlo. Nessuno? No, una ragazza può (ma non lo avevamo già visto in Amabili resti?)
È così si fa aiutare nella sua indagine. 
 
Poche cose mi danno un godimento così grande come le occasioni per tirare fuori quella dose di quotidiana fisiologica cattiveria che diversamente andrebbe a colpire innocenti e, restando dentro, causerebbe fastidiosi bruciori di stomaco. 
 
Bellissima la fotografia notturna tanto in linea con l’analogo genere americano, bellissima Trieste che fino ad ora avevamo visto solo in Giulia e Giulia, magnifica sperimentazione di Peter Dal Monte.
Ma, appunto, siamo a Trieste. E nessuno, dico NESSUNO, che abbia uno straccio di accento veneto. Capisco i poliziotti, gente sballottata di qua e di là come ai tempi del maresciallo Carotenuto Antonio e “freddo, appostamenti, schiuppettate” e Pane amore e fantasia. Ma gli altri? La moglie e la famiglia di lei, la ragazza è la famiglia di lei, i compagni del liceo, i baristi, portieri, tassisti….niente, a Trieste tutti freschi di corsi di dizione. Come del resto era successo poche settimane fa con I bastardi di Pizzofalcone a Napoli. No, dico, Napoli.
Questione di labiale in un eventuale doppiaggio? Ma per favore! Anche volendo pensare che la fiction venga venduta all’estero, ma all’estero si usa sottotitolare.
Il resto è la sconcertante considerazione che questa produzione inverte i canoni del neorealismo (che ha cambiato la storia del cinema) e della commedia all’italiana che tanto ci ha dato dove, per dare spessore si parlava con gli accenti regionali alla faccia degli improbabili protagonisti dei telefoni bianchi dove commesse e giornalai erano, anche loro, freschi di dizione. Ma all’epoca dei telefoni bianchi bisognava elevare il tono di un’Italia stracciona nonostante i fasti del regime, e dopo la guerra bisognava ridare dignità e identità a un paese massacrato.
E adesso perché? La cosa più nobile che mi viene in mente e’ che forse questo serve nuovamente a elevare il tono data la catastrofe della scuola.
Temo invece che si tratti di banali questioni di budget: un attore per recitare con l’accento costa di più perché deve studiare e ha bisogno di persone terze che gli insegnino. Le comparse? Forse ce ne sono pochissime, stanno zitte che così costano meno pure loro.
E infine ultima bordata. Posso anche sorvolare sui deja vu a cui, naturalmente va aggiunto Ghost, ma resta il fatto che in Italia non c’e verso di girare una storia di fantasmi senza che ci sia di mezzo un giallo. Era stato così perfino per Il segno del comando dove però…eh…altri livelli. E’ stato così per Ritratto di donna velata, per Voci notturne. Però anche lì, diciamocelo, altri livelli.
Per fortuna Guanciale e’ bravo e Pession pure. Tutto sommato tra le produzioni migliori della stagione.
Produzione “aperta”, nel senso che l’ultima puntata non è la fine. Nuova moda: le serie a stagioni.
Secondo me i produttori guardano come vanno le puntate e alla fine scelgono tra i due finali comunque girati, quello che può o meno preludere ad una stagione successiva. Mentre gli attori accendono ceri alla Madonna dell’audience.

 

fiore di cactus :)

 

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