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Gabriele Muccino si confessa: "Ero un bambino strano"Ansie, paure, successi, ricordi dolorosi del regista italiano più "americano", che si accinge a girare il seguito de L'ultimo bacio di ARIANNA FINOS per Repubblica

"Ero un bambino strano. Affatto socievole, ero molto chiuso nei miei pensieri. Avevo come compagni di strada dei piccioni che allevavo. Leggevo libri su come si riproducevano, provai a covare le uova perché nascessero piccioni, di cui sarei stato padre e madre. Finita la passione per i piccioni, iniziò quella per le ragazze. Che non mi volevano, anche perché ero completamente inadatto a comunicare. Iniziai a balbettare per ansia da prestazione e solo grazie al cinema sono riuscito a superare i miei problemi, ho imparato a raccontare chi ero". Un'ora e mezza con Gabriele Muccino, un inarrestabile flusso di coscienza.

Il regista romano, quarantadue anni, rovescia come una bottiglia sottosopra progetti e dolori, rimorsi e speranze, mescolando vita e cinema. Capelli lunghi schiariti dal sole, abbronzatura dorata e maglietta scivolata, Muccino ha l'aria di uno appena arrivato dalla California, dove negli ultimi tre anni ha vissuto. Sorride, smentisce: "Sono a Roma da qualche mese. Ho preso una villa sulla Flaminia. Devo guidare la macchina anche per comprare il latte, manco fossi a Los Angeles. Però c'è la piscina".

Lo scorso gennaio è finita la promozione del film Sette anime, girato con Will Smith, a giugno sarà già sul set di Baciami ancora. In mezzo, mentre scriveva il trattamento del nuovo L'ultimo bacio, ha girato uno spot. "Non esistono vacanze dal cinema", ammette. "L'ho incontrato per la prima volta a sette anni, ricordo scene da film di Tarkovsky e di Kubrick. Ho iniziato presto a girare filmini. Amavo il contatto fisico con la pellicola, tagliavo, montavo". I genitori gli regalarono una Super 8 e fin da allora l'oggetto del suo cinema è stata la famiglia. Il primo corto a diciannove anni: "In Nina, di cui ho perso ogni traccia, raccontavo la morte di un'anziana e il dolore di un bambino. Ho convinto mia nonna a mettere in scena la sua morte per me, anticipando quel che sarebbe successo qualche tempo dopo. Mio fratello Silvio era il protagonista". Già, la famiglia Muccino, che Gabriele, il maggiore di tre fratelli, definisce "un detonatore di tutte le mie insicurezze, ma anche delle mie capacità e delle mie ambizioni". Il padre Luigi, ex dirigente Rai, "diceva che non sarei mai diventato un regista, poi mi aiutò a trovare i mezzi tecnici per girare i primi corti". La mamma pittrice, Antonella Cappuccio, invece "mi convinceva a seguire i miei sogni, qualunque cosa volessi ricercare".

La ricerca del cinema di Gabriele Muccino è passata per due esperienze d'attore. Un film con Pasquale Squitieri al fianco di Claudia Cardinale, una serie televisiva diretta da Pupi Avati. "E' una cosa di cui, oggi, mi vergogno un po'. Chiesi ad Avati di fare l'assistente volontario. Non mi prese, ma mi fece fare un provino per la tv. Come attore. Ero molto più balbuziente di oggi, non sapevo stare davanti a una telecamera. Ma, non so come, mi presero e io pur di stare sul set feci un'esperienza che mi frustrò molto. Ero un cane assoluto, ma da quell'esperienza ho imparato il novanta per cento di quel che oggi riesco ad applicare dirigendo gli attori". L'aspirante regista Muccino non era più socievole del bambino che giocava con i piccioni. "Ero molto autarchico, disprezzavo il cinema italiano degli anni Ottanta. E mi sentivo solo. Soltanto oggi ho ritrovato intorno registi che ammiro profondamente. Se mi chiedessero di fare un film come lo fanno Garrone o Sorrentino, non saprei da dove cominciare. E' per questo che li ammiro".

Con Ecco fatto e Come te nessuno mai, Gabriele Muccino si era già fatto notare raccontando la gelosia e le pulsioni sessuali e sentimentali dei ventenni. A trent'anni, nel 2001, è arrivato il successo, anche di critica, con L'ultimo bacio. Dice: "In realtà i miei film di maggior successo sono quelli che mi sono più estranei, in troppi ci si sono riconosciuti mettendoci cose che non erano le mie. Io non ho mai pensato di fare un film generazionale o che rappresentasse i trentenni. Ci ho messo le mie nevrosi, le mie ansie e le mie vigliaccherie, innanzitutto il timore e la voglia di una famiglia. Ho preso tutto questo e l'ho distribuito tra i personaggi creando un film corale".

Ci sono voluti quasi dieci anni per avere un seguito, ancora prodotto dall'amico Domenico Procacci. "In mezzo c'è stata l'esperienza americana. Avevo bisogno di partire perché qui c'erano troppe invidie, troppe pressioni, cose brutte scritte su di me. Ricordati di me è un film che non considero perfettamente riuscito, anche se aveva il merito di offrire uno spaccato sulla disgregazione della famiglia borghese e sul fenomeno delle veline. Della Vallettopoli che sarebbe esplosa più avanti avevo compreso qualcosa. Alcune testimonianze raccolte mentre preparavo il film erano agghiaccianti, sapevano di marcio. E' incredibile come quel personaggio incarnato da Nicoletta Romanoff abbia subito una mutazione naturale e imprevedibile in una nuova generazione di veline all'assalto delle cariche politiche. Ieri si aspirava a fare la conduttrice in tv, oggi l'europarlamentare. Condurre un programma, parlare alla Camera, la stessa cosa. E' inquietante l'uso edonistico che oggi i politici fanno della bellezza. Il commento sul punto l'ha già fatto Veronica Berlusconi: "Ciarpame". Gli italiani oggi sono assuefatti a tutto, alle veline, ai conflitti di interessi, alla mancanza di credibilità".

Anche per questo per il regista è più facile vivere sospeso tra l'Italia e gli Stati Uniti, paese che lo ha accolto decretandone il successo e poi lo ha amareggiato con le critiche negative a Sette anime: "La verità è che qui riprendo fiducia nella mia personalità mentre là posso applicare il mio mestiere. Tornerò in America, sì". Ora però è venuto il momento di tornare a raccontare che è successo ai giovani protagonisti de L'ultimo bacio. "Baciami ancora non nasce dal desiderio di fare un sequel, ma da un'urgenza personale della quale mi sono riappropriato dieci anni dopo". Peter Pan ha scoperto di non essere eterno? "Peter Pan capisce che è cresciuto e che in questa crescita non è stato profondamente consapevole di quel che faceva. Ci sono errori con cui a quarant'anni, ti ritrovi a fare i conti. I miei personaggi vorrebbero tornare indietro, ricominciare, ma non possono. Quel che possono fare è riuscire a raddrizzare quanto possibile la barca e rimetterla in mare. Rispetto al cinismo de L'ultimo bacio ora c'è più compassione. Allora i personaggi erano, come me, proiettati verso un futuro indefinito nel quale si sperava molto. C'era ottimismo. C'erano le Torri gemelle e il mondo conosceva una spinta clintoniana verso il futuro che abbiamo perduto".

Non ha ancora perdonato Giovanna Mezzogiorno per aver detto no alla seconda prova. "E' stato un grande dispiacere quel suo rifiuto ruvido e inspiegabile, aveva letto solo dieci pagine del soggetto". Il problema era Accorsi? Una questione personale? "Allora avrei preferito me lo dicesse francamente". Sostituirla non sarà facile. "L'attrice cui proposi inizialmente il ruolo, prima ancora di Giovanna, fu Claudia Pandolfi. Per vari motivi non lo fece. E così Kim Rossi Stuart, che doveva essere Carlo. Poi feci la proposta a Stefano e Giovanna". Il fratello Silvio non ci sarà. "Silvio non c'è nel film e neppure nella mia vita. Si è chiuso in un isolamento nel quale non fa entrare me, i suoi genitori, i suoi amici. Non parlo con lui da un anno ed è un motivo di rinnovato dolore. E' tutto incomprensibile. Non c'è stato un momento della nostra vita in cui non ho avuto con Silvio un'enorme complicità: abbiamo una leggerezza comune nel vedere il mondo".

Baciami ancora è un film sul senso di colpa. "Ho un senso di colpa ancestrale che nasce da una sorta di inquietudine. I miei genitori spesso litigavano e io volevo uscire da quel nucleo. Poi, però, a mia volta ho trovato situazioni inquiete all'interno delle quali ho generato dei figli. Io ho tre figli, uno per ogni compagna, e già questa è una situazione surreale. Però vivo un senso di lontananza quotidiana che mi rende incompleto e che cerco di completare con il mio lavoro e con l'amore. Non voglio nemmeno ipotizzare che mi si possa chiudere la capacità di sognare una famiglia completa e compiuta".

C'è un Muccino italiano sobrio e familiare e uno losangelino. "A Roma non esco mai la sera, non frequento nessuno. Quando sono in casa con la mia famiglia mi sento in vacanza con me stesso. In California ho partecipato a feste dove c'erano quattrocento divi stile Nicole Kidman e quattro sconosciuti, tra cui io. Per un periodo ho cenato con Cameron Diaz, donna di grande passione lavorativa, ma anche di grande entusiasmo per la bella vita". Eva Mendes, Jim Carrey, Hugh Jackman. Tutti vogliono lavorare con Muccino. "E' perché si è sparsa la voce che mi appassiona il lavoro sugli attori, cosa rara per un regista di Hollywood. Avrei dovuto fare un film con Al Pacino, ma si spaventò del mio inglese rurale". Sorprendente è stato l'incontro con Tom Cruise: "Sono andato a parlargli di un film, che forse faremo, nella sua villa. Doveva essere un incontro di mezz'ora e sono rimasto una giornata intera. Abbiamo parlato per ore, mi ha insegnato a giocare a baseball, poi abbiamo cenato, abbiamo visto un film insieme. Alle undici di sera ho detto: "Tom, io me ne andrei". Ma avrei potuto fermarmi a dormire". Con Will Smith l'amicizia ormai è fraterna. "Mi ha insegnato la leggerezza, fare per fare, perché è bello creare e non importa cosa sarà dopo. Mi ha riportato all'anno zero, allo stato d'animo de L'ultimo bacio". Tutto torna.

(10 maggio 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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