soggettive
Mario
Monicelli alla Mostra di Venezia 2008
Il grande vecchio del cinema alla Mostra presenta un corto sul quartiere in
cui vive
E' un fiume in piena, Mario Monicelli. Classe 1915, maestro indiscusso della
settima arte, porta una ventata di freschezza al Lido. Con la sua lucidità
intatta, la sua verve, le sue battute da toscanaccio. Ma anche con il suo
cinema: il cortometraggio Vicino al Colosseo c'è Monti, presentato oggi
fuori concorso e da lui diretto, è stato adorato da pubblico e critici. Un
omaggio al rione romano in cui il regista vive da tanto tempo, nato da
un'idea di sua moglie, Chiara Rapaccini.
Monicelli, è davvero così affezionato a Monti?
"Sì, ci sto da anni. Anzi, la prima volta ci sono stato negli anni Trenta -
lei non ci crederà, ma allora avevo già l'età che ha lei adesso. Trovai in
affitto una camera ammobiliata: aveva l'ingresso scala, cioè indipendente,
in modo da poterci portare anche persone non frequentabili. E poi ancora
adesso, entrando nei negozi del rione, tutti mi accolgono in modo civile,
senza particolare riguardo, e senza pretendere nulla da me. Mentre giravamo
gli abitanti sono stati molto collaborativi, ma senza smancerie".
La Roma di oggi è tanto diversa da quella della sua gioventù?
"E' più grande, più affollata, con più divertimenti. Quando ci arrivai io,
negli anni Trenta, dopo le nove e mezzo di sera era già tutto buio".
Allora c'era il fascismo, come descriverebbe la situazione politica
attuale?
"Forse il fascismo sta tornando: non esplicitamente, ma con un altro
vestito. E sta tornando anche la povertà di allora: ma allora eravamo tutti
poveri, oggi la povertà non viene accettata".
Torniamo un momento sulla situazione politica italiana.
"L'Italia è una barca che due generazioni di classe dirigente hanno ormai
portato alla deriva. Per salvarla ci vorrebbe un nuovo equipaggio. Dalla
generazione precedente abbiamo ereditato la corruzione, che si prolunga fino
a ora. Non c'è più musica, non c'è più letteratura, non c'è danza, c'è solo
qualche sussulto al cinema. Ma in generale non c'è più nulla".
Pensa che ci vorrebbe un altro Sessantotto, di cui quest'anno ricorre il
quarantennale?
"No. Quella è stata una rivolta dei figli contro i padri: i genitori
insegnavano loro a rispettare la scuola, a tirare la cinghia, mentre i
ragazzi hanno detto 'basta, divertiamoci, consumiamo'. E' stata quella la
generazione che ci ha trascinato nel consumismo attuale: la gente, invece di
imparare a lavorare, pensa a comprarsi la Ducati".
Eppure lei c'era, alla protesta sessantottina qui alla Mostra di Venezia.
"Sì, c'ero. Facevo parte dell'Anac, l'associazione degli autori che
contestava la gestione dell'epoca. Facemmo una manifestazione alternativa,
volevamo fare un cinema diverso. Fu divertente: ricordo Zavattini trascinato
via, i distinguo di Pasolini... Allora almeno era un'Italia molto
combattiva, oggi c'è il pensiero unico".
E il cinema di adesso? Oggi qui a Venezia in concorso c'è il film di
Ferzan Ozpetek...
"Lui è una persona stimabile, e poi la Sandrelli ha dichiarato che il suo è
un film 'potente': un aggettivo meraviglioso".
Eppure, finora, qui al Lido le opere più applaudite sono state il suo
corto e quello di un regista centenario, Manoel De Oliveira.
"Aspettiamo che diventino vecchi anche Garrone e Sorrentino, ho visto i loro
ultimi film, belli, o Virzì, Marra, Amoruso: e vedrete che applaudirete
anche loro. Bisogna avere pazienza, ci vogliono altri vent'anni. Certo, non
tutti i film possono venir bene: io ne ho fatti 65 ma ne vengono ricordati
al massimo due, quindi 63 non erano buoni. Il problema è anche la
distribuzione, gli esercenti sono dei bottegai. Insomma, siamo in mano ai
salumai".
E di De Oliveira, cosa pensa?
"E' la mia ossessione: è più vecchio, più bravo di me, e ha fatto anche più
festival. E più sveglio e attivo, perché viene dal circo equestre: non vedo
l'ora che scompaia (scherza)! Io invece vengo dalla portineria, e faccio
fatica anche a camminare a Monti".
Ha altri progetti dietro la macchina da presa?
"Per adesso non sto lavorando. Ma spero ancora di realizzare un'idea che ho
in mente da cinquant'anni, senza riuscire mai a farla. Non ho voglia però di
parlarne, sembrerei presuntuoso".
Un consiglio ai giovani cineasti?
"Scegliere storie di una semplicità elementare, che è la cosa più difficile.
Non mettere troppe cose e troppi personaggi nel tentativo di renderle
interessanti. Sono le storie semplici che nel tempo continuano a
emozionare".
(Claudia Morgoglione per Repubblica - 30 agosto 2008)
AMCT