soggettive
SEX
AND THE CITY 2
Le famose quattro ragazze più griffate dell’universo, ormai diventate
donne, nonostante i matrimoni e le difficoltà, mantengono inalterate la
propria voglia di vivere e di cercare nuove avventure. Secondo le fan
del serial TV, le serie successive alla prima sono state un tradimento
dello spirito innovativo iniziale, mentre il film precedente a questo,
era a sua volta un tradimento di tutte le serie precedenti. Il problema
invece di questo film è che sembra essere talmente sganciato dai suoi
riferimenti da non poterlo paragonare ai suoi predecessori. Questo ha
permesso, a chi ha scritto questa recensione, di capire chi fossero le
protagoniste, grazie soprattutto a un corso intensivo effettuato da una
mia amica fan del serial TV.
Se si dovesse dare retta a coloro che sostengono che sex and the city
sia il simbolo di una donna moderna e spigliata, verrebbe da chiedersi
che cosa abbiano visto. E’ piuttosto difficile sostenere che il
quartetto di donne newyorkesi siano un elemento di innovazione. Donne
piuttosto ricche, che per riprendersi dalle frustrazioni vanno a fare
shopping, la cui maggioranza delle discussioni verte su quanto poco
valgono se non hanno un uomo accanto.
La maggior parte dell’insulsa storia delle quattro protagoniste si
svolge ad Abu Dhabi (in realtà gli esterni sono stati girati in
Marocco), grazie alla sponsorizzazione degli Emirati Arabi. E la
sponsorizzazione si vede tutta. Sembra di essere in un lungo e
permanente spot pubblicitario turistico degli Emirati. E le immagini
sembrano pericolosamente vicine a quelle delle vacanze di Natale di
italica memoria. Per un attimo ho temuto che da dietro ad uno degli
innumerevoli veli presenti, comparissero all’improvviso Cristian De Sica
e Massimo Boldi, che insultandosi e ruttando ci dessero le coordinate di
riferimento. Ma la domanda è sorta spontanea: perché se le parolacce le
dicono Boldi e De Sica è volgarità e se invece le dicono le donne ciò è
indice di emancipazione? E parlare continuamente di sesso, come un
gruppo di adolescenti in crisi ormonale, e davvero segno di grande
libertà?
Le quattro protagoniste, attraversano il paese e la propria vita, con la
massima inconsapevolezza di dove sono e che cosa siano. Un esotismo
spicciolo, che guarda al passato. La visione del direttore artistico su
Abu Dhabi è simile a quella di un regista statunitense degli anni ’50.
Uno sguardo banale, che si ferma alla superficie, senza alcuna curiosità
del mondo che si va a visitare. Un mondo costruito a misura del turista,
che va all’estero per non muoversi mai dalle proprie certezze. Lawrence
d’Arabia, del 1961, era molto più attento a leggere con sensibilità la
realtà dell’oriente. Ma la sequenza rivelatrice della logica sottostante
a questo film è forse la seguente: le 4 amiche la sera vanno in un
locale e vengono invitate a cantare in un karaoke. Salgono sul palco e
intonano una canzone il cui ritornello fa: “I am woman, I am invincible”.
Sembrano voler dire: eccoci, siamo noi, donne bianche statunitensi,
siamo belle, siamo brave, siamo capaci e siamo invincibili. Guardateci
ed imparate il modello. Gli altri frequentatori del locale, provenienti
da tutto il mondo, dopo poco cantano anche loro assieme alle quattro
donne. Tutti assieme accettano e sposano il prototipo proposto. Se
proprio non potete essere come noi, fate come nelle tribù primitive.
Praticate il cannibalismo rituale. Mangiateci simbolicamente. Comprate
le stesse cose che mettiamo noi, e un po’ della nostra bellezza, della
nostra invincibilità arriverà anche a voi.
Il finale, rassicurante e casalingo, ci consegna una Carrie, che dopo
una piccola crisi coniugale, accetta e riconosce l’importanza del
matrimonio. Insomma, alla fine non ci allontaniamo troppo da “Piccole
Donne” (1869), svuotato della sua leziosità e sostituto dalle griffe.
La luna consiglia: lettura di “Ancora dalla parte delle bambine” –
Loredana Lipperini – Feltrinelli – 2007.
Voto: 4
francesco castracane
AMCT