soggettive

A woman

 

Allora, c’è una biondazza incredibile che lavora in un locale a New York. Questa è la cugina di Stefania Rocca che lavora pure lei nello stesso posto. Poi, a un certo punto incontra uno scrittore a cui è morta la moglie. Escono un paio di volte e lui la invita ad andare a vivere con lui in Puglia. Lei accetta. E’ normale che dopo due volte che conosci uno e lui ti invita a spostarti di continente il giorno dopo tu vai. A dir la verità la cugina ci prova a dirle che forse sta prendendo una decisione un po’ affrettata, ma lei lo ama. Arrivano in Puglia in una normale casa di pugliesi: un casale in pietra gigantesco dove due squadre di giocatori di rugby si perderebbero. Come se non bastasse, questa casa ha uno sbocco direttamente sul mare. In effetti in Puglia tutti hanno una casa così.
La tipa bonazza comincia a prendere il sole. E’ bianca come una mozzarella e dopo ore e ore di sole e ancora bianca come il primo giorno. Evidentemente come protezione usa il cemento armato. Un uomo vestito di nero la guarda e poi scompare. Chi sarà mai? L’agente delle tasse? Topo Gigio? Il subcomandante Marcos in vacanza a casa di Nichi Vendola? Ma l’arcano viene successivamente spiegato dalla stessa donna: è un angelo nero. Semplice no? Se fosse stato vestito di bianco sarebbe stato un angelo bianco.
Ma la biondazza scopre delle scale che scendono verso il basso. Va, e scoperchia tutte le cose della moglie morta, compreso un ridicolo cappello comprato di terza mano, in questo caso di terza testa, a Porta Portese. Ma, miracolo dei miracoli, trova una videocamera, che dopo un anno che sta in cantina, immediatamente si accende e mostra la moglie scomparsa che balla un tango con uno sconosciuto. Ma poi scopriremo che lo sconosciuto altri non è che l’uomo vestito di nero, che ci prova pure con lei.
Ma guarda un po’, di riffa o di raffa, nel cinema italiano si finisce sempre a parlare di corna o di crisi della coppia.
Nel frattempo, la biondazza continua a leggere il libro che lo scrittore ha scritto e ne viene ossessionata.
Ma, preoccupata dell’equilibrio mentale della donna, dagli Stati Uniti torna la cugina, incinta. Lei si ingelosisce e alla fine la caccia.
In una scena finale, in una scena topica che di topico non ha nulla, l’arcano viene svelato. Ma non l’ho capito. L’arcano, intendo. Un'amica, con la quale vedo la maggior parte dei film, ritiene che io sia uno di quelli che si eccita solamente se vede un film uzbeko in lingua originale con sottotitoli in greco antico e traduzione simultanea in fenicio, possibilmente in una sala polverosa con il proiezionista alcolista che scatarra e alcuni personaggi che, come antichi sacerdoti di un rito ormai abbandonato, assistono in religioso silenzio all’Opera dell’Autore.
Non ha capito che io ricordo, con leopardiche rimembranze i vecchi cinema di una volta, dove coatti in canottiera con ascelle pelose, commentavano ad alta voce le immagini che passavano sullo schermo, costruendo una nuova trama e dei nuovi personaggi. Film con una storia, dei personaggi credibili, delle battute compatibili al contesto.
Ma oggi ci frega il minimalismo. E si dimentica la lezione di Carver, che nei lievi spostamenti emotivi dei suoi personaggi faceva entrare un mondo. Ma, quando non c’è nulla da dire, il minimalismo diventa unicamente un esercizio di stile, buono per chi ama le confezioni ma non si preoccupa dei contenuti.

Francesco Castracane


 

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