dai giornali
Dario
Argento presenta il suo ultimo film, "La terza madre", nei cinema a
Halloween e alla Festa di Roma sul black carpet.
L'intervista di Arianna Finos per Repubblica TV
Dario
Argento: d'amore e altri demoni
di Giovanni Ciullo
L’uomo che ha terrorizzato un’intera generazione parla d’amore e d’altri
demoni. E di un film, “La terza madre”, che trent’anni dopo “Suspiria” e
“Inferno” ne chiude finalmente la trilogia. Candidandosi a conquistare la
Festa del Cinema di Roma
Migliaia di litri di sangue, centinaia di topi, vagonate di larve e insetti
appositamente allevati. Qualche mosca di velluto grigio, un po' di gatti a
nove code. E il classico parterre di zombie, streghe e fantasmi. Poi,
ovviamente, una caterva di morti (crudelmente) ammazzati: sgozzati,
dissanguati, rosicchiati, sventrati, decapitati, divorati vivi. E una scia
di incubi che hanno popolato - e reso insonni - le notti di almeno due
generazioni. Dario Argento è un mito, inutile girarci attorno. Ognuno di noi
è sceso con terrore nello scantinato di "Inferno", ha girato da sonnambulo
nei corridoi di "Phenomena", è stato strangolato dalla collana di perle
nell'ascensore di "Profondo rosso" o ha assistito con gli spilli sotto le
pupille agli omicidi di "Opera". Tutti abbiamo lottato e gridato, da "Suspiria"
al "Cartaio". Con un curriculum così raccapricciante è normale che sia lui
il Maestro del brivido.
Eppure, quando ce lo vediamo davanti, il vero brivido è l'emozione di
ritrovarsi al cospetto di un signor regista che è anche un signore gentile.
L'uomo che ha terrorizzato la nostra adolescenza sorride, parla con una voce
calma e familiare, mette a proprio agio. E racconta. Della sua vita, del suo
mestiere, delle sue paure. «La morte mi spaventa. Quella di mio padre mi ha
scioccato, è stata lunga, tremenda. Ma ho paura di tante altre cose,
d'altronde se non avessi più allucinazioni smetterei di fare questo lavoro.
Da sempre porto al cinema il mio immaginario e i mostri che lo popolano ».
Insomma, da 40 anni mister Argento esorcizza i suoi incubi provocandoli a
noi. Ma facciamo un passo indietro.
Roma, Cinecittà.
In una palazzina che confina con ciò che resta del set di "The Gangs of New
York" («Lo affittano per feste e matrimoni a quelli della Roma glam»,
racconta un custode) il Maestro ci accoglie in sala di montaggio. Sta dando
gli ultimi ritocchi a "La terza madre", il nuovo film atteso in anteprima al
Festival di Toronto e, soprattutto, alla Festa del Cinema di Roma (dal 18 al
27 ottobre). È il terzo e conclusivo capitolo della saga delle tre madri,
cominciata trent'anni fa con "Suspiria" (Mater Suspiriorum), continuata con
"Inferno" (Mater Tenebrarum) e finalmente conclusa con la Mater Lacrimarum.
È un horror in pieno stile Argento, per il quale la casa di produzione ha
chiesto il taglio delle scene più violente (che vedremo in versione
integrale in dvd).
È un film che parla di streghe e infatti l'uscita è prevista per la notte di
Halloween (il 31 ottobre). «Se il lavoro non mi dà risultati immediati mi
annoio e lo abbandono. Ed erano più di 20 anni che questa storia mi
inseguiva, invano. Non pensavo di farcela, per questo sono contento della
"Terza madre". È importante per me, anche a livello simbolico». Le novità,
rispetto ai primi episodi, sono due: il film è ambientato in Italia e ha
come protagonista la figlia Asia (che ai tempi di "Suspiria" aveva appena
due anni). «Abbiamo girato a Roma, in provincia di Terni e a Torino, una
città che conosco molto bene. La presenza di Asia è frutto del caso. Avevo
scritto il film per un personaggio immaginario, poi sono andato a Parigi per
fatti miei e ho rivisto Asia. Abbiamo parlato per ore. Ci siamo ritrovati
dopo anni in cui ci eravamo persi. E abbiamo deciso di lavorare ancora
insieme».
E gli
effetti speciali? «Ce ne sono oltre 180. Il più straordinario è quello
del terremoto che distrugge Roma». Mentre Dario Argento racconta, noi siamo
rapiti dall'imperfezione geometrica e dalla dolcezza della sua faccia. Al di
là delle crudeltà che inventa, è bello capire chi è davvero questo 67enne. E
lui non si tira indietro. «Sono un uomo normale, che ama il suo mestiere e
fa una vita meno interessante di ciò che si pensa. Quando non lavoro, perdo
tempo. Sono mattiniero, non mi piace stare a letto. Piuttosto gironzolo.
Prendo la macchina e vado a vedere una mostra, un film o i luoghi dove ho
immaginato una scena. Faccio nuoto tre volte a settimana, leggo molto. Le
idee le tengo tutte in testa: non prendo appunti, mando a memoria. Filmo le
scene mille volte nella mente e quando scrivo la stesura finale elimino il
superfluo. Mi appassiona sempre il cinema, ma mi irritano le americanate. E
i film giovanilistici italiani: ma quanto chiacchierano? ».
E il suo privato, Maestro, com'è? «Non ho molti amici, ma ho la
fortuna di avere tante persone che mi stimano. Le donne mi piacciono ancora,
mi affascinano. Come le metropoli. O il Sudest asiatico, dove vado per
perdermi nella calma apparente. Viaggio spesso solo. E dopo tanti anni che
mi frequento non ho ancora capito un cavolo di me». È a questo punto che si
alza e ci accompagna nei meandri di Cinecittà. Sembra fatto apposta: porte
che si aprono, corridoi bui da superare, scale strette e un po' allucinanti.
I classici luoghi della paura. «I peggiori sono gli ambienti domestici,
fonti inesauribili di incubi. In casa mia ho un salottino, ereditato da un
vecchio zio: in questo periodo è il mio sacrario. Ma la paura, per me, non
ha mai avuto confini». Racconti un po'. «Quando ho girato negli Uffizi ("La
sindrome di Stendhal", ndr) lavoravamo solo di notte, perché di giorno c'era
il pubblico. Io andavo avanti nelle sale buie, prima di arrivare con le
telecamere. A un certo punto mi sono ritrovato davanti ai quadri di
Michelangelo, Raffaello, Tiziano: uomini e donne che avevano sguardi veri.
Ho avuto la sensazione che uscissero per prendermi. Ero terrorizzato». Come
a Parigi, quando studiava l'Opera alle luci dell'alba. Una mattina ebbe la
sensazione di essere inseguito e fuggì come un pazzo. O a New York, dove per
alcuni mesi visse chiuso in albergo e usciva armato di una bomboletta spray
per accecare i potenziali aggressori. O la volta che, seduto in casa a
scrivere la scena di un film, si autosuggestionò talmente tanto da scendere
in strada in pigiama e pantofole.
E l'incubo più recente? «Una visione mistica. Tutto ciò che è
interiore, trascendente, mi spaventa. Dovessero apparirmi dei santi o la
Madonna morirei davvero di crepacuore». E allora torniamo per un attimo con
i piedi per terra. «Nuovi progetti? Non ne ho. Aspetto di vedere
l'accoglienza di "La terza madre" e mi godo le grandi dimostrazioni
d'affetto che mi arrivano da ogni parte del mondo». Lo dicevamo: Dario
Argento è un mito, anche e soprattutto all'estero. In America il successo
clamoroso dei lungometraggi per i Masters of Horror, in Francia due nuovi
libri che parlano di lui, dalla Scozia al Brasile le retrospettive dei suoi
film. E in Giappone una fama al limite del fanatismo.
A cominciare da Banana Yoshimoto. «Ormai è un'amica, ma è da sempre anche
una fan». Lui non lo dice, ma l'autrice di "Kitchen" ha più volte dichiarato
che nell'adolescenza i film di Dario Argento l'hanno addirittura salvata dal
suicidio. Seduti su un divanetto, fra bobine e monitor, abbiamo il tempo per
un'ultima domanda: lei è già un regista da enciclopedia, ma come le
piacerebbe essere definito? «Il mondo che mi circonda oggi non mi piace: la
razza cafona, la crisi della politica, dei valori. Ma quando mi dicono:
"Beati voi che avete vissuto gli anni Settanta", io rispondo dicendo che fu
anche una stagione terribile. Piena di violenza e di morti. Molti dei miei
amici di allora sono finiti male, quasi un'intera generazione ne uscì
distrutta. Anch'io ne ero coinvolto. Mi salvò il cinema. Senza questa
passione sarei finito in prigione, forse peggio. Ho fatto questo mestiere
perché lo sentivo dentro di me, come un dovere. Gli sono molto riconoscente
e spero di averlo ripagato. Nei miei film non c'è solo l'horror. Ci sono
anche l'amore, le passioni, l'ironia. Ecco: mi piacerebbe essere ricordato
come uno che ha saputo raccontare delle storie»
(Repubblica - sei di moda - 27 settembre 2007)
AMCT