
dai giornali
Al
cinema con Andreotti guardando il Divo Giulio
di
GOFFREDO DE MARCHIS
CHI VORREBBE
riflettersi in uno specchio così pieno di sangue, di morti
ammazzati, di cinismo al limite della disumanità, di
cattivissime frequentazioni e allo stesso tempo di
solitudine? Nessuno, nemmeno Belzebù, la "volpe", il "divo
Giulio", il 7 volte presidente del Consiglio, insomma
Andreotti che ha attraversato la storia d'Italia sul filo
dei suoi asettici aforismi e dell'impermeabilità ha fatto la
cifra del suo stare sulla scena politica.
Perciò nella saletta al Museo degli strumenti musicali a
Roma si sarebbe potuto girare un altro spezzone di film,
quello di Andreotti che si osserva dall'esterno attraverso
gli occhi di un artista e stavolta soffre, reagisce, tutt'altro
che insensibile. A modo suo è furibondo, sibila "è una
mascalzonata, è cattivo, è maligno", ha persino la
tentazione di alzarsi per non guardare più.
Andreotti vede Andreotti, seduto in prima fila su una
poltroncina di pelle rossa, accanto solo il critico e amico
Gianluigi Rondi. Guarda in una proiezione privata il film
che parla di lui, che adesso è a Cannes e il 28 maggio sarà
nelle sale italiane.
"Il Divo", scritto e diretto dal talentuoso regista Paolo
Sorrentino (L'uomo in più, Le conseguenze dell'amore,
L'amico di famiglia), racconta l'Italia dalla fine della
Prima Repubblica all'inizio del processo per mafia contro
l'ex premier. Un pezzo di cronaca in cui il protagonista è
lui, il divo Andreotti, e intorno si muovono gli uomini
della sua corrente, la moglie Livia, la segretaria Enea
(solo le donne sono tratteggiate con affetto), i tantissimi
morti di quegli anni, Moro, Dalla Chiesa, Ambrosoli,
Falcone, Sindona, Lima. Al centro c'è Andreotti, totem di un
potere assoluto, simbolo di se stesso, che si muove leggero
nei labirinti anche più torbidi della politica.
La scena-clou appartiene al mondo dei sogni, è grottesca, è
pura fiction. Però colpisce allo stomaco Andreotti. Toni
Servillo, che lo interpreta con la testa affondata nelle
spalle, la vecchia montatura degli occhiali in celluloide,
le orecchie più a sventola della realtà, confessa guardando
dritto nella camera. Recita i nomi dei tanti uccisi in
quegli anni. Alza la voce, parla di "bombe pronte ad
esplodere", spiega che "è necessario fare del male per
realizzare il bene". E mentre il monologo va avanti,
incalzante, la scena spazia su un camposanto ripreso in
bianco e nero, le lapidi candide e ordinate, solo i fiori
sono una macchia di colore.
Adesso Andreotti, quello in sala, si agita. Per un'ora buona
ha seguito la proiezione immobile, il mento appoggiato alle
mani di cera, la gambe incrociate. Ora le mani si staccano,
si appoggiano sulle ginocchia, la sinistra colpisce forte la
destra e nel buio risuona il gesto di stizza. "Questo no,
questo è troppo", dice rivolto a Rondi. Andreottianamente, è
furioso. Sobbalza sulla poltrona, sembra davvero che voglia
alzarsi e andar via.
Quando si riaccendono le luci Andreotti non ha ancora
sbollito la rabbia. Non querelerà, ma forse non perdonerà.
"È molto cattivo, è una mascalzonata, direi. Cerca di
rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho
mai conosciuto". Per molti versi, è anche un omaggio alla
sua personalità, al suo potere.
"Mah - dubita il senatore -. Si può dire che esteticamente è
bello, ma a me dell'estetica non frega un bel niente". Visto
da vicino, l'Andreotti arrabbiato sa anche perdere il
proverbiale autocontrollo. Poi ritrovarlo. E riperderlo.
"Capisco che la storia va caricata. Il regista doveva girare
così. La mia vita è talmente tranquilla che ne sarebbe
venuto fuori un prodotto piatto e senza pepe. Ma la mia
corrente, per esempio, beh non era un giardino zoologico
come la rappresenta il film. C'erano le invidie, gli
scontri, gli scavalchi, la carriera, ma questa è la
politica".
Il suo potere non è solo quel galleggiare sopra tutto, quel
tirare a campare ricordato sullo schermo. "Il mio potere era
un certa autorevolezza, un certo tipo di rapporti
internazionali. Ma non ho mai avuto desiderio di
arricchimento". E il cinismo? "Il cinismo non è nel mio
carattere, non sono facile alla commozione, questo è vero.
Ma non sono insensibile. E ne ho passate tante perché dava
fastidio a molti che la Provvidenza non si fosse organizzata
per togliermi dai piedi prima".
Ecco, scherza con la morte, torna se stesso, il solito. Si
calma, dispensa battute: "Magari chiederò i diritti di
immagine. Per darli in beneficenza, s'intende. Forse dirò a
mia moglie di non vederlo, anche se lei al cinema va ancora.
Cosa le racconterò stasera a casa? Sorvolerò, credo". Ma su
come viene descritto il rapporto con Livia, la consorte
interpretata da Anna Bonaiuto, arriva l'assoluzione per
Sorrentino. La coppia nel film ha momenti d'intimità vera,
quasi sensuale.
"Non sono romantico, ma le ho sempre voluto bene. Abbiamo
cresciuto bene i figli, abbiamo costruito una bella
famiglia". Anche la segretaria Vincenza Enea (Piera Degli
Esposti) si salva. "Giusto così - dice Andreotti -. Era una
brava persona, disinteressata". E gli altri personaggi?
Andreotti pensa soprattutto alla "fotografia" di se stesso.
Ogni tanto nel buio chiede "ma Gelli è ancora vivo?", "e
Riina? ".
Moro è il vero fantasma, la ferita aperta. "Non è corretto
raccontare la sua morte come se ci fosse dietro qualcosa
oltre le Br. La politica ci ha diviso. E le correnti, certo.
Ma io e Moro ci conoscevamo da una vita, lui non voleva
neanche fare politica ma studiare. È stato lui a designarmi
come successore della Fuci. I giorni del suo rapimento sono
stati durissimi e tornano. Anche per me". Non si considera
un intoccabile: "Oggi sono senatore a vita ma per tanti anni
i voti me li sono guadagnati". Qualche battuta gli serve a
rientrare nel personaggio: "È un film impegnato, ma se si
occupavano di qualcun altro, era meglio".
Durante la proiezione concede un solo
sorriso. Quando Servillo confida a Cossiga il grande mistero
della sua vita: "Non lo dire a nessuno. Sai, da ragazzo ero
innamorato di Mary Gassman, la sorella di Vittorio". E forse
ha ragione il film, questo è l'unico segreto che Andreotti è
disposto a svelare.
(la Repubblica15 maggio 2008)
