soggettive
"Negli
occhi": Giovanna Mezzogiorno
è produttrice e voce narrante del documentario nel quale ricostruisce la
storia di Vittorio
di SILVIA FUMAROLA
Il film, che sarà in concorso nella sezione "Controcampo italiano" alla
Mostra di Venezia, vede la Mezzogiorno nel ruolo di coproduttrice con la
Vega's Project (sarà distribuito da 01), voce narrante e intervistatrice.
Accanto alla sua testimonianza e a quella della madre Cecilia Sacchi,
Francesco Rosi, Peter Brook, Marco Bellocchio, Giuliano Montaldo, Mario
Martone, Michele Placido, Carlo Lizzani, Marco Tullio Giordana.
Giovanna, un anno di lavoro così vale dieci anni di psicanalisi.
"L'idea del documentario non è stata mia, ma di Daniele, che è stato il mio
compagno per sei anni, e Francesco. Ho sempre evitato qualsiasi tipo di
retorica, ma quando me l'hanno proposto mi è sembrata un'idea bella. Quella
di papà è stata una vita particolare, piena di passione, rigore, umiltà; il
suo modo di approcciare questo lavoro è un'iniezione di idealismo e grinta.
Una lezione in un panorama in cui tanti sono schiacciati dall'arrivismo".
Cosa l'ha colpita nelle testimonianze?
"L'amore. Papà era molto amato... Sembra passato poco tempo da quando se n'è
andato. Come testimoni ho scelto persone che hanno avuto un peso nella sua
vita; io ho perso un padre, ma ognuno di loro ha perso qualcosa".
Il documentario non è un collage d'interviste, ma un film.
"Abbiamo cercato di fare un percorso: la storia di mio padre è quella di un
uomo che da un piccolo paese della provincia di Napoli arriva a lavorare con
Brook, Gitai, Chereau; con la Piovra diventa eroe popolare e all'apice della
carriera muore. Ma non abbiamo fatto un santino su papà, vengono dette anche
cose negative, non aveva un carattere facile, non era un cuor contento. È un
ritratto vero".
È stato difficile realizzarlo?
"Ci siamo trovati nel caos per le cose pratiche, sottotitoli, luci, sonoro,
è stata un'avventura ma ne sono fiera, ci siamo autoprodotti per essere
liberi. Si fa presto a dire: "Filmiamo una grande cena familiare nella casa
di campagna!" Illumini la sala, arrivano i parenti, e chi cucina? È un
lavoro che ha delle imperfezioni, è il suo bello. Abbiamo scritto le
interviste, preso i super 8, chili di cassette a Milano, c'è anche papà che
mi canta una canzone. Per questo ci abbiamo messo un anno".
Suo padre era un uomo inquieto.
"Tutti mi hanno detto la stessa cosa: Vittorio aveva la capacità di
condividere, non creava competizione in un ambiente in cui la competizione è
forte. Poi sì, era inquieto, anche dal punto di vista sentimentale. Ho
scoperto di avere una sorella a 14 anni, età in cui non ti senti per niente
sicura, hai bisogno di tanto amore per la tua autostima. Ho sofferto molto.
Ma oggi con Marina siamo legatissime, vive negli Stati Uniti, la vado a
trovare. Mia sorella è identica a papà, nel film fa impressione".
Sua madre Cecilia Sacchi viene da una grande famiglia intellettuale del
nord; suo padre era un uomo del Sud, ambienti molto diversi. Lei a chi
assomiglia di più?
"Loro si sono amati molto, hanno litigato molto. Si sono scannati, diciamo
la verità, erano una coppia faticosa. Giordana dice: "Quando andavi a casa
loro, era la casa di Vittorio e Cecilia", non avevano perso l'individualità.
Era un legame eterno. Venivano da due mondi opposti che si sono fusi. Io
sono un mix tra loro due. Dentro ho due mondi: ho molto della borghesia
nordica e molto della cultura partenopea".
A quale mondo si sente di appartenere di più?
"A quello di mio padre, ma nel lavoro ho il germe di mia madre, il savoir
vivre me l'ha insegnato lei. Con un background così puoi stare dappertutto.
Sono più riservata di mio padre, papà era più mondano. Io mi espongo nel
lavoro, non nella vita privata: non tengo banco a tavola, non sono leader,
non sono tiratardi. Non mi vedrete mai tornare a notte fonda con i sandali
in mano".
(6 agosto 2009)
AMCT