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Hopkins: «Il mio film contro Hollywood»
dal nostro inviato
Roberta Bottari


LOCARNO (4 agosto) - «La linea che divide realtà e finzione è troppo sottile: scavalcarla è inevitabile. D’altronde, avete mai pensato come saremmo senza la fantasia?». È seducente come sempre la teoria di Sir Anthony Hopkins, a Locarno per presentare il suo Slipstream (in concorso), con cui torna alla regia ben dieci anni dopo August.

E il film, interpretato dallo stesso Hopkins con Christian Slater, John Turturro, Kevin McCarthy, Lisa Pepper, Gavin Grazer e Stella Arroyave (moglie del regista e produttrice), non lo smentisce. Centodieci minuti di omicidi, allucinazioni, flashback e déjà-vu, ma anche di attori, produttori e sceneggiature che sfuggono al controllo, fino a generare la morte. Con un protagonista che si ritrova di fronte ai propri personaggi, in un incredibile viaggio nei meandri del processo creativo. Un viaggio che minerà alle basi la sua coscienza, fino a sfaldarla.

Perché il film di Hopkins (fotografato da Dante Spinotti) non è soltanto un tuffo nel mondo onirico, ma anche un deciso atto d’accusa. «È vero: Slipstream - ammette il regista - è una frecciata all’industria cinematografica di Hollywood. Lì oramai sono ossessionati dagli incassi e dalla celebrità, il resto non conta. E poi nel mio ambiente si prendono tutti talmente sul serio che ironizzare sull’argomento, scrivendo un film fuori dagli schemi, mi è sembrato una specie di dovere. Anche per questo ho scelto di venire qui a Locarno: ero stato invitato alla Festa del Cinema di Roma, ma ho preferito partecipare a questo festival, che rappresenta meglio lo spirito del cinema indipendente».

Signor Hopkins, è stato difficile produrre un film che accusa Hollywood?
«Per forza: abbiamo lavorato con finanziamenti privati. Mi sono rifiutato di girare con quei produttori che volevano aver mano libera nel montaggio. Spielberg, che ha apprezzato la sceneggiatura, mi ha detto “ma chi ti farà mai il marketing?”. L’unico che mi ha sostenuto è stato Robert Katz. Poi Christian Slater e John Turturro hanno accettato e questo mi ha dato grande entusiasmo».

Anche a lei, come al personaggio che interpreta in Slipstream, capita di confondere realtà e fantasia?
«Sì, sono stato nello stesso limbo. E credo che quel tipo di confusione sia una metafora dell’esistenza: ci sono un inizio, una fine e in mezzo quello che chiamiamo vita. Ma se sia reale o no, chi può dirlo?».

È stato complicato girare le scene nel deserto, fra serpenti e tarantole?
«In effetti nel deserto ho avuto delle esperienze incredibili, ma con la tequila...».

In Slipstream si parla di un certo produttore che si chiama Dino e vuole produrre Hannibal 4: è un riferimento a De Laurentiis?
«Lo dice Turturro, mica io. È stato lui a improvvisare, io ho solo tenuto la scena. Bisognerebbe chiederlo a John, ma sfortunatamente, casualmente in questo momento è proprio irraggiungibile».

Come giudica il suo film?
«Sperimentale, libero e ribelle, come me. Lo so, ho infranto le regole, ma il mio scopo è farvi impazzire...».


(il Messaggero)
 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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