soggettive
Marilin
Monroe - intervista
Il 5 agosto 1962 Marilin Monrie viene trovata morta. Sembra un suicidio.
Ecco una vecchia intervista:
"Chissà
perché – mi dice Marilyn Monroe – i giornalisti, i biografi, scrivono di
me come di un’orfana: forse avvolgere di un mistero più fitto e più
grande la mia vita serve alle case di produzione, ai registi, ai
manager, ai giornali e a tutti coloro che attorno a me crescono, si
arricchiscono, si moltiplicano...".
Ci troviamo seduti su una panchina del ‘Columbia Presbyterian Hospital’,
piante e silenzio intorno, qualche altro ricoverato dall’aria tranquilla
che passeggia nei vialetti discreti e ombrosi. È il 2 marzo 1961 e
Marilyn è ospite di questa casa di cura da qualche giorno.
"Sono appena stata dimessa da un’altra clinica, ma quella era un
ospedale psichiatrico, un vero e proprio manicomio: venivo chiusa in una
stanza con inferriate alle finestre, una porta sprangata e imbottita, un
oblò di vetro attraverso il quale mi si poteva controllare, o meglio
spiare, tutto il giorno... Mi scuso se passo da un argomento all’altro
senza un nesso apparente, ma la stranezza – ma sarebbe più giusto dire
la pazzia – è strettamente legata alla storia della mia famiglia e ci
riporta quindi alle mie origini".
È calma, pacata. La voce è morbida, con qualche incrinatura dolcemente
roca. Qualche esitazione la rende più vulnerabile, più ‘vera’. Racconta
episodi anche dolorosi della sua vita con grande serenità, quasi con
distacco, non solo per una certa rassegnazione che le si legge anche
negli occhi ma evidentemente anche grazie alle cure cui si è sottoposta.
Ho avuto il privilegio di poterle far visita per merito della sua
cameriera personale, Lena Pipitone, una ragazza di origine italiana.
Quando ho provato a ringraziarla, Marilyn mi ha subito interrotto:
"Io
adoro gli italiani – mi dice – ho avuto anche un marito italiano, Joe Di
Maggio... Ah, lo sapeva...".
Benedetta ragazza: chi non sa tutto dei suoi matrimoni, dei suoi amori
sfortunati, tutto della sua vita? Riprende a parlare cercando una
posizione più comoda sulla panchina immersa nel verde e l’ampia
vestaglia non riesce a nascondere del tutto le curve appesantite da
settimane di cure e di inattività.
"Le mie origini, dicevo, non sono quelle di un’orfana, anche se questa
versione ha fatto comodo anche a me, visto che la mia è una famiglia
particolare: il mio nonno paterno è morto in manicomio, anche se non
sono sicura che fosse proprio mio nonno in quanto non so se mio padre
fosse davvero mio padre...".
Si ferma un momento e rendendosi conto della confusione che sta facendo,
il volto le si illumina in un sorriso insolitamente ingenuo.
"Il fatto è – continua – che quando sono nata, mio padre era morto in un
incidente stradale. Intanto gli era già subentrato un altro uomo, uno
zingaro di origine norvegese da cui presi il cognome: fui registrata
all’anagrafe col nome di Norma Jean Mortensen. Dopo qualche anno mia
madre si pentì di quella scelta e chiese di cambiare il mio cognome,
dandomi quello del marito scomparso, Baker. Per completare il quadro
devo dire che in realtà credo di esser figlia di un certo Stanley
Gifford il quale, nel settembre del ‘25, ha avuto una breve ma intensa
relazione con mia madre... Io sono nata il 1° giugno del ‘26, lo
sapeva?".
Devo dire che annoto quanto Marilyn racconta senza prestarle molta
attenzione: mi distrae e mi sorprende l’aria fragile e indifesa di
questa ragazza che sembra aver soltanto voglia di liberarsi di un peso.
"Stavo parlando di mia madre, oppure no... Comunque si chiamava Gladis
Pearl Monroe... Ho preso il nome d’arte dal mio nonno materno perché è
anche il nome di un famoso Presidente degli Stati Uniti, un nome
importante... Mia madre abitava alla periferia di Los Angeles e lavorava
nel grande giro di Hollywood: guardarobiera, stiratrice, sarta. Una
donna ignorante, leggera, ma che lavorava duro per non farmi mancare
niente. A causa degli impegni e degli orari preferì affidarmi ad una
famiglia di amici, i Bolender, a cui passava un assegno mensile di 25
dollari; veniva a trovarmi spesso, trascorreva con me interi week-end e
mi prometteva ogni volta di riprendermi con sé. Fu in uno di questi
week-end che la mia nonna paterna, Della, che già aveva dato qualche
segno di squilibrio mentale, e torniamo al discorso della pazzia, tentò
di sopprimermi. Ero andata a fare il solito sonnellino pomeridiano,
sognavo di annegare, di soffocare, non so... Poi mi svegliai tutta
sudata ma la sensazione si era fatta più concreta, opprimente. Aperti
gli occhi, vidi mia nonna sopra di me con un cuscino, gli occhi
sbarrati, mentre farfugliava parole senza senso, che non capivo...
Fortunatamente fu fermata in tempo e condotta a raggiungere il
disgraziato marito, già da tempo chiuso in manicomio. L’episodio turbò
molto mia madre che ebbe forti sensi di colpa, prese a bere e decise,
quando avevo sette anni, di riprendermi con sé. Andammo a vivere in un
bungalow tutto bianco preso in affitto, dove ho conosciuto i molti
uomini che venivano a tener compagnia a mia madre. Fu in quel periodo
che cominciai a balbettare... poi torneremo sull’argomento, visto che è
quello che più le interessa. Gli amici di mia madre, dicevo: mi
chiamavano ‘the mouse’, il topo, forse perché ero brutta o forse perché
avevo l’abitudine di spiare ogni volta che veniva un nuovo ‘fidanzato’,
un nuovo ‘zio’".
Mentre mi racconta queste esperienze, Marilyn è veramente se stessa: una
ragazza sola che l'abuso di alcoolici e psicofarmaci sta lentamente
distruggendo, una vita sentimentale e relazionale travagliata e
insoddisfacente, la paura della pazzia che deve averla sempre
tormentata.
Come leggesse nei miei pensieri, riprende:
"Mia
madre dava sempre più segni di squilibrio: cominciarono i ricoveri, le
dimissioni, i ricoveri... Nel ‘35, avevo nove anni, fu internata
definitivamente in un manicomio e da quel momento sono stata davvero
un’orfana. Si occupò di me la municipalità di Los Angeles e fu
l’orfanotrofio, la sussistenza mi attribuì un contributo che, pur
misero, faceva gola a qualche famiglia, che chiese l’affido di quella
bambina chiamata ‘topo’".
Di nuovo un sorriso, triste, sulle labbra.
"Fui affidata ai Mc Kee: Grace era un’amica di mia madre che già si era
presa cura di me durante le sue crisi. È lei che mi ha insegnato a
truccarmi, a muovermi, a far girare la testa agli uomini. Io, diventata
ragazzina, facevo dei servizi nelle case del vicinato guadagnando
qualche dollaro. Intanto Grace Mc Kee aveva sposato un certo Goddard, un
omaccione schifoso che una notte entrò in camera mia e mi saltò addosso.
Mi misi a urlare, accorse gente e fu scandalo; si era dato il via a
qualcosa di orribile per me: le male lingue cominciarono a far paragoni
con mia madre, le comari mi correvano dietro gridando che sarei finita
male anch’io, puttana come mia madre, come lei in manicomio. L’ostilità
della gente non ha fatto altro, però, che fortificarmi: prima cercavo
solo un surrogato di una famiglia mai avuta, un po’ d’affetto, un lavoro
tranquillo per vivere... Ora nasceva la voglia di dimostrare che no, non
ero come mia madre, non sarei finita male. Gli uomini, che pensavano di
potermi avere solo schioccando le dita, avrebbero dovuto sognare anche
solo un mio sguardo; le donne, che mi offendevano in modo tanto
bruciante, avrebbero dovuto crepare d’invidia e imitarmi, sognare di
diventare come me. Naturalmente avrei potuto conquistare tutto questo
solo attraverso il cinema. E Hollywood era lì, a due passi...".
Tace, mi guarda negli occhi, sospira, si torce le mani e infine mormora:
"La
balbuzie... Sono convinta che sia stata la barriera tra me e le grandi
parti, quelle che portano all’Oscar. Ho sempre cercato di non parlare in
pubblico per paura di balbettare. Al momento della mia apparizione,
preferivo abbagliare i presenti con i miei abiti cuciti letteralmente
addosso che lasciavano tutti col fiato sospeso... ha presente?".
Ho presente, ho presente...
"Devo dire che anch’io riuscivo a respirare, stretta com’ero, solo
grazie alle profonde scollature... Poi, quando mi avvicinavo al
microfono, ricorrevo all’arma migliore delle persone che balbettano:
cantavo... Lo sa che cantando non si balbetta?".
Lo so, lo so...
"Così, un po’ facendo l’oca, un po’ cantando, riuscivo a salvarmi. Ma
quando la necessità di comunicare si faceva assoluta, quando avevo a che
fare con uomini di un certo livello, lo sforzo per essere all’altezza
diventava insostenibile. Ho cercato sempre di migliorarmi, di riscattare
la mia infanzia, di catapultarmi al di là della balbuzie: ho frequentato
l’Actor’s Studium di New York per imparare a recitare, ma proprio il suo
direttore, Lee Strasberg, che pure è mio amico, mi ha sempre considerato
un’oca; ho cercato di elevarmi culturalmente, leggendo tutto quel che mi
capitava tra le mani, ma proprio il mio terzo marito, il celebre
commediografo Arthur Miller (conosce?) mi ha sempre trattata come un
bell’oggetto da mostrare e mi ha schiacciata sotto il peso della sua
cultura; lui giocava una sicura carta vincente: una parola ricca,
profonda e sicura, pungente, maligna... Non c’è da stupirsi se proprio
con lui avevo più frequenti blocchi emotivi. Ora anche quel matrimonio è
finito e sto meglio: riesco ad esprimermi con maggiore fluenza, mi sento
più sicura. In questo mi ha aiutata anche il successo ottenuto nel film
‘A qualcuno piace caldo’: finalmente anche la critica ha molto
apprezzato la mia recitazione... Tutto questo dovrebbe farmi star
meglio, sto superando certi complessi legati alla parola...".
La voce si incrina di nuovo, ma coraggiosamente riprende, rialzando la testa come in un gesto di sfida, una sfida alla vita:
"Ho
lottato da sempre in cerca di riscatto, di rivincite e non so più che
cosa voglio veramente... Forse mi manca un figlio: ho provato, ho
rischiato... e sono sola. Ormai ho poca voglia anche di pensare alla
carriera: arrivo tardi sul set, lavoro svogliatamente, faccio disperare
registi e colleghi... Mi rifugio sempre più spesso nell’alcool, negli
psicofarmaci. Ora sto meglio, mi hanno disintossicata, sono pronta a
riprendere la lotta. Mi è vicino un caro amico come il mio ex marito Joe
Di Maggio (glielo avevo detto che adoro gli italiani?): voglio riprovare
a tornar su, a battermi, anche se, accidenti, non so bene per che cosa,
per chi...".
Si è alzata, mi saluta cordialmente, gli occhi velati di lacrime. Forse
le ha fatto bene sfogarsi. O forse no.
Piero Pierotti
AMCT