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Gigi Proietti parla del suo San Filippo Neri

 

Ho sentito subito che avrei dovuto farlo, ancora prima di leggere il copione. Non ho mai vestito i panni di un Santo e, anche da un punto di vista strettamente professionale, come attore mi ha permesso un tipo di concentrazione molto particolare. Aiut¬to, devo dirlo, dal regista Giacomo Campiotti che è una persona di grande sensibilità.


Proietti, quando ci si cimenta con le vite dei grandi personaggi, soprattutto se religiosi, il rischio più grande è quello di farne un santino.
Allora diciamo subito che il «nostro» san Filippo Neri è buono, ma non buonista. E che ci siamo molto impegnati per evitare di fare una cosa agiografica e pesante, anche perché si dice che fosse un uomo spiritosissimo. Chiaro, nelle due puntate non mancheranno i momenti di riflessione. Del resto, quelli di san Filippo Neri erano momenti terribili: parliamo del Cinquecento. Pur non avendo fatto una ricostruzione storica, abbiamo cercato di raccontare chi era san Filippo nel suo tempo.


E chi era per lei?
Un uomo giusto e tollerante, alla continua ricerca del modo più adatto per comunicare con gli altri.


È stato, tra le altre cose, anche il fondatore dell’Oratorio. Lei ha detto di averlo frequentato da ragazzo. Oggi, da adulto, che idea se ne è fatto?
Se ripenso ai tempi in cui ci andavo io, nella periferia romana del tardo dopoguerra, devo dire che la trovo un’invenzione enorme. Oggi è una realtà che non conosco più da vicino, ma sono sicuro che, dal punto di vista sociale, ha ancora un’importanza enorme. Soprattutto ora che la famiglia sembra in crisi profonda e la collettività non ha verso i bambini l’approccio che dovrebbe.


Cosa l’ha colpita di più di san Filippo Neri?
Tante cose. Una, forse, è stata la tolleranza, che credo sia il più grande concetto cristiano, quasi rivoluzionario direi. Poi, il pudore della Santità: in un mondo in cui noi, che Santi non siamo, cerchiamo in tutti i modi di presentarci come tali, colpisce il suo comportamento contrario: lui aveva il dono, ma non voleva che si sapesse e non si accontentava mai di come era. Ma chiedeva continuamente a Dio di migliorarlo. Noi viviamo, ormai, in una società dell’immagine e lui voleva diminuire il suo carisma. Amico di sant’Ignazio e del cardinale Carlo Borromeo, quando gli fu chiesto se voleva diventare cardinale disse che preferiva il Paradiso.

 

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