soggettive

Carlo Verdone: Io, loro e Lara
a cura di Riccardo Rizzo per cinemadelsilenzio.it
 


Carlo, cosa ha significato per te questo film?
E’ un film molto importante e particolare, mi sento di dire anche coraggioso, giocato interamente sui mezzitoni e con al centro argomenti molto delicati. Non è stato facile
farlo, e devo dire grazie alla Warner che ha creduto in questo progetto sin dall'inizio pur non essendo un film estremamente commerciale, e soprattutto a tutti coloro che mi sono stati vicini nel momento di grande dolore che ho attraversato quando è venuto a mancare mio padre.  Ricordo che nell'ultimo periodo mi rimproverava e mi diceva "Carlo, non venire più a trovarmi sennò va a finire che me lo sbagli 'sto film". L'ho dedicato a lui, per ricordarlo e ringraziarlo di tutto quello che mi ha insegnato.

Da dove è nata l’esigenza di raccontare questa storia?
E’ nata proprio da una necessità: mi premeva mettere in scena una persona onesta e coerente, come è Don Carlo, anche se la scelta del sacerdote non è dovuta a motivi religiosi o bacchettoni. Volevo solo interpretare narrare le vicende di un uomo perbene, in crisi con la fede, che si ritrova a che fare con un occidente completamente dissestato. Un prete serio, uno di quelli che lavorano nelle periferie e non che parlano da un pulpito, non volevo neanche farne una macchietta come avevo già fatto in altri film, perchè sarebbe
stata una pazzia. Conosco tanti preti così, che dopo cinque minuti che gli parli ti dimentichi che vestono un abito talare perché sono uomini normali come tutti noi.
Certo, ogni tanto mi mettono un po' in difficoltà e mi fanno riflettere, altre volte non siamo
d'accordo su alcune cose, ma era proprio questo che volevo raccontare: c'è una parte buona della Chiesa che avevo voglia di indagare, e volevo farlo in una commedia che avesse al centro un personaggio dall'animo mite e tranquillo, in contrapposizione allo schifo che vediamo in giro per il mondo ogni giorno, un mondo totalmente amorale in cui le relazioni sociali sono diventate difficili.

Ci sarebbe bisogno di più etica?
Sì. Oggi secondo me la parola etica è di grande avanguardia perché viviamo un momento dove non solo abbiamo perso ogni morale ma anche il senso di civiltà. Per questo avevo voglia di raccontare la storia di una persona per bene, non il solito cialtrone borghese a caccia di donne e di corna: sono attento alle critiche e alle esigenze del
pubblico e sentivo che in questo momento il mio pubblico aveva bisogno di qualcosa di diverso.

Tra i tanti temi che il film tratta c’è quello dell’intolleranza.
Sì, il tema dell’intolleranza verso gli stranieri è uno dei più forti, e devo che l’Italia è un
Paese diffidente verso questo argomento. Direi razzista, mi fermo a diffidente e intollerante. Il problema è che non ci sono strutture di accoglienza che funzionano decentemente, non c'è quella cultura europea che hanno paesi come la Francia e la Germania. Ma lo sapete quanti turchi ci sono oggi in Germania? Qualche decennio fa era
impensabile una cosa del genere, ma loro ce l'hanno fatta.

Trent'anni fa esordivi con Un sacco bello al cinema... qual'è il bilancio della tua carriera?
Quello che è accaduto è stato un vero miracolo, lo dico con sincerità, ancora mi meraviglio. Dopo “Un sacco bello” e “Bianco, rosso e Verdone” pensavano tutti che avessi fossi finito, ho sentito una lontananza da parte di tutti, anche da parte di Sergio Leone. In quegli anni poi c’era il grande fenomeno Troisi che aveva catalizzato l'attenzione. Poi arrivò Mario Cecchi Gori che chiese di incontrarmi, era rimasto colpito dal personaggio dell'emigrante di Bianco, rosso e Verdone e mi chiese di fare un film con lui dandomi carta bianca. Così scrissi “Borotalco”, quello che a tutt'oggi considero il mio film più importante, con cui vinsi cinque David di Donatello e feci un grande incasso. Solo allora si riavvicinarono tutti ma io decisi di rimanere con Cecchi Gori che aveva creduto in me in un periodo in cui ero rimasto solo. Sono stata una persona fortunata, che ha lavorato sempre con sincerità, e il bilancio è dunque decisamente positivo.

Come hai conosciuto Laura Chiatti e soprattutto perchè l'hai voluta bruna?
Ho incontrato Laura due anni fa alle giornate professionali di Sorrento e le dissi "dobbiamo fare un film insieme", e lei senza battere ciglio mi rispose "ma magari!". L'ho voluta bruna bruna perchè la sentivo più vicina a me, più semplice, con lo scuro vengono fuori meglio gli occhi, mi piaceva che il suo volto rispecchiasse la quotidianità e non la volevo che lo spettatore la vedesse solo come una femme fatale. Anche se a Laura pure se je metti in testa un gatto è sempre bellissima!

Che differenza c'è a fare un film con De Laurentiis e un film con la Warner?
Beh, c'è un modo diverso di relazione con l'attore, il regista, lo sceneggiatore. La Warner
legge il copione, fa una riunione e poi eventualmente una seconda; con De Laurentiis è
diverso perchè usa il modo di fare dei vecchi produttori: vuole le prime venti pagine, poi
iniziano delle riunioni e il lavoro si complica. Non interviene per farti cambiare il soggetto ma ti suggerisce di andare verso una direzione piuttosto che un'altra. Con la Warner ho avuto un rapporto basato più sulla fiducia, con meno interferenze, ma non giudico nessuno, ognuno ha il suo modo di lavorare e io rispetto molto Aurelio. E' un bravo produttore che è capace di fare cose anche molto belle e diverse dal solito film di
Natale.

Carlo, se potessi fare un augurio a te stesso e uno agli italiani per il prossimo anno cosa augureresti?
L'augurio che posso fare è di ritrovare il buon senso delle cose. So che può sembrare banale, ma si avverte troppa tensione nel Paese: sembra come se l'Italia sia coinvolta in una grande violenta riunione di condominio, e non va bene. E poi vorrei meno protagonismo da parte dei politici, tutti... Mi auguro invece che venga una nuova generazione che sappia cambiare qualcosa, perché mi sembra che il ricambio generazionale trovi molta difficoltà ad instaurarsi in Italia, mentre ci vorrebbe un ricambio con giovani preparati e quindi una società meritocratica. Per quel che mi riguarda spero solo di poter fare delle buone commedie sempre nuove, che possano fungere da
osservazione sul momento attuale perché io sono un pedinatore di italiani.
 

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