soggettive
La
nostra vita - Intervista al regista Daniele Luchetti
di Andrea D'Addio
per Filmup.it
Iniziamo dalla cornice del film. Contento di
essere stato invitato a Cannes?
Come dico da tempo, anche attraverso i 100 Autori, la Francia è la
nazione che più di ogni altra sostiene il cinema dando un'assistenza
alle produzioni nazionali che da noi non ci si immagina neppure. Se la
Francia è quindi il paese del cinema, Cannes né è l'ombelico. Come dice
Woody Allen nel finale di "Hollywood Ending": per fortuna che ci sono i
francesi.
Come nasce l'idea del film?
Qualche tempo fa ho realizzato un documentario sull'occupazione delle
case popolari, a Ostia. Ho avuto così modo di scoprire una povertà
diversa da quella che forse mi aspettavo. C'era grande vitalità,
serenità. Me ne sono innamorato tanto da volerla portare in un racconto.
Sono così partito da un personaggio che fosse dentro i meccanismi del
lavoro, che li conoscesse bene, che avesse fatto la gavetta e che ancora
non fosse affermato. Ho passato molto tempo nei cantieri, ho parlato con
amici che ci lavorano, mi sono documentato. I tizi di Frosinone, per
esempio, italiani che possono permettersi di lavorare e di aspettare di
più per essere pagati sono una realtà, sono gente che lo fa per secondo
lavoro e si fa pagare molto di più, sempre in nero. Anche il fatto che
gli operai non arrivino con dei camioncini sfasciati ma con dei Mercedes
è vero, ne ho visti tantissimi.
Chi sono i tuoi personaggi?
Uomini e donne solari, vitali, ma che vivono in zone che sono satelliti
della città, creati senza un progetto urbanistico e lontanissime dai
centri. Si vive così in una totale assenza di cultura, l'unica piazza
che esiste è il centro commerciale. C'è un'illusione di benessere
Lei, Soldini, Verdone. La famiglia è sempre più al centro del cinema
italiano…
Ritorniamo alle basi del nostro Paese. In Francia si dice "cherchez la
maman". Questa è la nostra parola chiave. Dopo la proiezione di Mio
fratello è figlio unico, lo scrittore Abraham Yehoshua mi disse "ora ho
capito tutto. Mentre noi israeliani mettiamo al centro dell'esistenza la
terra, voi italiani ci mettete la famiglia". L'Italia è la famiglia.
Invece di combattere la famiglia, meglio cercare di capirla. C'è poi da
considerare un dato narrativo importante. I personaggi senza famiglia
sono zoppi. In Italia non esiste nessuno che non abbia un background di
madri, padri, fratelli, cugini. Se ci pensate io racconto proprio di un
uomo che perde l'equilibrio proprio quando viene a mancargli un pezzo di
famiglia
Essere padre ti ha aiutato a tratteggiare il tuo protagonista?
Sono riuscito ad entrare meglio nella testa di Claudio, nella sua
sofferenza, a non banalizzare nessuna emozioni. Una parte fondamentale
del film è l'assenza figura femminile e di come il padre allora gestisca
l'emergenza senza rendersi conto che, i vari atteggiamenti assunti, non
hanno nulla a che fare con la comunicazione padri-figli. Tratta i suoi
bambini come pacchi postali. Il film insiste sul discorso dei soldi. Un
dialogo alla fine lo risottolinea quasi a far capire che questa sia
proprio la chiave di lettura della pellicola. E' voluto? I soldi e la
società consumistica degli ultimi vent'anni stanno abbattendo qualsiasi
senso dell'etica, cultura e voglia di acculturarsi. Avere ed apparire,
sono questi gli obiettivi di tanti di noi. Nonostante però questa caduta
dei valori, il nostro Paese ha una grandissima voglia di vivere.
La collaborazione con Elio Germano sembra sia stata ancora una volta
molto positiva. La scena del pianto sulla canzone di Rossi ha
un'intensità quasi unica. Come l'avete preparata?
Abbiamo girato quattro ciak per quella sequenza. Elio si è preparato e
autosuggestionato a lungo, tanto che non era previsto che fosse una
scena così importante ma ha assunto una forza emotiva che poi ci si
porta dietro per tutto il film. Quella inserita nel montaggio finale è
stato il secondo ciak dei quattro che abbiamo girato.
Come mai la scelta di una canzone rock per un momento come il
funerale?
Ho inserito Vasco Rossi dopo avere partecipato ad un funerale di una
tossicodipendente a Ostia che aveva voluto un ultimo saluto sulle note
di 'Like a Virgin' di Madonna. Mi era sembrata una scelta forte e allo
stesso coerente con le emozioni del mio protagonista, con il suo
momento.
AMCT