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Jack Nicholson: sul set «difendevo» i capricci della Schneider
«Professione reporter, il mio film»
L'attore: «Se chiudo gli occhi, rivedo Michelangelo nella sabbia del deserto: cercava sempre una inquadratura, l'inquadratura»

LOS ANGELES — «Se chiudo gli occhi, rivedo Michelangelo nella sabbia del deserto durante le pause delle riprese di Professione reporter: cercava sempre una inquadratura, l'inquadratura. Ci faceva sentire il silenzio nell'oasi del Sahara dove la troupe ogni sera mangiava cibi venuti dall'Italia mentre il mio regista, un padre, un amico, e soprattutto un maestro per me, continuava con i suoi occhi attenti a vedere e a farci "sentire" le sue inquadrature. Questo è ancora il film che amo di più e che considero l'avventura più forte che io abbia mai avuto», racconta Jack Nicholson. E i ricordi si affollano, come se Antonioni fosse ancora al suo fianco.
Ritornano alla mente le giornate di riprese a Barcellona, quando il suo regista lo portava a vedere l'architettura di Gaudì facendogli perdere e ritrovare l'identità del reporter David Locke: «in un viaggio verso la vita e, inevitabilmente, verso la morte».
Diventa di nuovo reale nelle sue parole, la serata agli Oscar quando fu proprio lui a consegnargli la statuetta alla carriera «il 27 marzo del 1995 e nessuno era, al solito, elegante come lui», e soprattutto, lo dice con immenso e doloroso orgoglio: «È con me la sua gioia per un evento, quando a Los Angeles nel 2005, il mio grande maestro di vita arrivò, indomito, vitale come sempre, per assistere alla proiezione di Professione Reporter del quale io avevo acquistato i diritti sin dal 1983 per proteggerlo e ridistribuirlo in America. Era il suo film, ma ormai anche il mio e fu un trionfo che poi si ripetè a New York e altrove».
Continua: «Michelangelo era, sempre resterà, un uomo arguto, con un senso dell'ironia unico e brillante. Io sapevo che dovevo cancellare il mio ego, essere un attore abile nel nascondere me stesso nel ritratto di quel reporter, dalla sceneggiatura di Mark Peploe. Dovevo essere parte del suo rigoroso paesaggio interiore ed esteriore. Fui felice anche di recitare con la mia amica Maria Schneider alla quale volevo bene e che sempre giustificavo con il nostro regista nelle sue intemperanze, bisbigliandogli: "Maria è come un James Dean della sua generazione". Gli dicevo che doveva capirla, lui che aveva diretto con Zabriskie Point l'Easy Rider
di un'altra generazione, lui che mi stava regalando la fuga di un uomo nascosto dietro l'identità di un altro per ritrovare la propria». Si appassiona nel racconto: «Michelangelo poteva anche aver detto ironicamente "Gli attori sono mucche e tu li devi guidare attraverso steccati", ma se ti incastravi nelle sue visioni, potevi essere l'attore più completo e creativo del mondo. L'Europa e il mondo devono tantissimo al mio maestro, che amava l'arte, la pittura, la vita, la bellezza, le persone. Io, cinefilo da sempre, avevo studiato, visto e rivisto tutti i suoi film. In fondo, ho sempre cercato dopo, in tutti i miei film, anche in quelli da aspirante regista, Michelangelo. Parlo del suo modo di vedere cose e persone, immagini e creatività».
Ci sono per Nicholson anche tanti ricordi personali nella memoria, ma «della sua presenza, non dell'assenza». «Non so se mi avesse scelto anche perché mi immaginava e sentiva come un uomo sul confine di tante frontiere nella vita, ma il tempo che abbiamo passato insieme per il film a Londra, Barcellona e nel Nord Africa fa parte dei miei tesori. Bisognerebbe continuare a cercare il nostro posto nel mondo, come faceva il mio reporter nel suo viaggio tra i paesaggi di una piazza di Londra, a Palacio Guell in Spagna, in territori pericolosi e in altri pieni di luce. Li ha scelti a uno a uno il mio regista, dandomi un posto come attore. E come uomo».
Giovanna Grassi
(Corriere 01 agosto 2007)

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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