film

 

JONA CHE VISSE NELLA BALENA

di Roberto Faenza

con Juliet Aubrey, Jean-Hugues Anglade, Jenner Del Vecchio

Italia,Francia - 1993 - 96'

 

Tratto dal romanzo sulla storia vera di un fisico nucleare olandese, il film racconta del piccolo Jona che viene deportato da Amsterdam a Bergen Belsen dove vede morire il padre. E subito dopo la liberazione del campo, muore anche la madre. Jona, che nel 45 ha sette anni, verrà accolto dalla coppia olandese che già aveva aiutato il padre a lavorare dopo le leggi razziali.

 

Cerco di fare una rapida incursione nel cinema della Shoa ma mi sembra che questo sia il primo film dal punto fi vista di un bambino.

Cosa che conferma quanto penso sempre di Roberto Faenza e cioè che sia uno straordinario personaggio nel panorama, un po' misero negli ultimi decenni, del cinema italiano. Uno di quei registi che, come tutti i grandi, è riuscito a non restare intrappolato in un genere e in uno stile. Versatile come regista ma anche di più: versatile come professionista perchè, nel doppio ruolo di regista (colui che fa il cinema) e di docente universitario a livello internazionale( colui che del cinema parla e lo insegna) risolve, caso veramente unico, il dualismo fra il fare e il parlare, fra il mestiere e la critica.

 

Nemmeno a dirlo, il film è bellissimo.

Ed è molto "italiano". non tanto e non solo perchè il punto di vista del bambino ci riporta inevitabilmente a Ladri di biciclette quanto per questo uso della camera tanto spesso ad altezza occhi di bambino che sembra contraddire le regole del pedinamento zavattianiano (la telecamera non deve sentirsi) eppure, incredibilmente, la conferma; perchè se il punto di vista è del bambino, allora la camera deve abbassarsi, soprattutto quando Jona arriva nel campo, prima che in tre anni cresca di 15 centimetri, all'altezza dei suoi occhi per restituire "realisticamente" il mondo dal suo punto di vista.

Così come la fotografia che ha colori del tutto naturali, non cariati di significato perchè nei campi i deportati certo non "vedevano" in bianco e nero e nemmeno virato in qualcosa.

Magnifico.

 

Mi rimane senza risposta una domanda: ma Faenza è ebreo? Non che me ne importi molto. Solo un dubbio sulla vecchia questione che chi porta nomi di città...

Io credo che il regista, in quanto intellettuale, possa occuparsi di tutto, tutto possa raccontare perchè all'artista e all'intellettuale non è necessario essere coinvolto in prima persona, non è necessario che l'oggetto della narrazione abbia a che fare con l'approccio autobiografico personale o di appartenenza. Prova ne sia il fatto che un figlio della borghesia come Rossellini o dell'aristocrazia come Visconti, hanno saputo guardare in luoghi lontanissimi dal proprio vissuto personale. Così come ha fatto il genovese Pietro Germi con i suoi film "siciliani".

In questo senso, parlando di Shoa, Benigni con La vita è bella ha sdoganato il diritto di appartenenza. E infatti ha vinto l'Oscar.

E' una velata critica ad autori come Almodovar e Ozpetec che parlano di storie gay? No, ovviamente. Sono grandi registi. Ma qualcuno riesce ad andare oltre il proprio vissuto e ad essere narratore di storie a prescindere.

Un po' come Mimi Leder che ha fatto uno straordinario film di fantascienza, Deep impact, genere maschile quasi per definizione. E come Kathryn Bigelow che non solo si è avventurata in un film di guerra, genere al testosterone, The Hurt Locker, con cui ha vinto anche l'Oscar, ma ha continuato con Zero Dark Thirty. Altro che parlare di cose di donne  perchè si è donne.

 

fiore di cactus :)

 

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