cia

 

                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                  film

 

LA BELLA  ADDORMENTATA

di Luigi Chiarini

con Osvaldo Valenti, Amedeo Nazzari, Luisa Ferida, Teresa Franchini, Roberto Pasetti

Italia - 1942 - 89'

 

Uno, dopo aver scorrazzato su  youtube, convinto di trovarsi davanti ad una rara quanto sconosciuta versione tutta italiana della favola, tutto contento si accomoda in poltrona e trova questo film che non ha NIENTE a che vedere con Perrault.

Ma nessuna delusione: il film è una chicca con un intramontabile Amedeo Nazzari.

La bella addormentata è Carmela, una ragazza, moto bella, campagnola, ingenua e imbambolata, che alla morte del padre va a fare la "serva" in casa di un notaio subito dopo avere incontrato Salvatore, detto "il Nero", solfataro aitante e generoso che decide di proteggerla. Il notaio è un pavido uomo, bruttino, succube di una vecchia zia tiranna. Naturalmente seduce Carmela che scappa per ritrovarsi vittima della locandiera e instradata alla prostituzione. Arriva il Nero a tirarla fuori dai guai, impone al notaio un matrimonio riparatore ma Carmela, già in abito da sposa, sviene e lì comincia il suo rapido consumarsi perchè lei è da sempre innamorata di Salvatore. Muore, la bella addormentata (nel senso di ragazza non troppo sveglia), e il Nero si consegna ai carabinieri per una aggressione al marito della locandiera.

Nessun lieto fine.

E c'è un bel dire. Si sente lo stesso "profumo" che in Ossessione: l'Italia è in guerra e l'aria che tira non dice nulla di buono.

 

Ecco il film

 

Tenero film, in senso tecnico-artistico, girato al Centro Sperimentale di Cinematografia, con un paesello ricostruito e una recitazione aitante; film che non nulla a che vedere col prossimo venturo neorealismo ma nemmeno con l'ottimismo dei telefoni bianchi.

Gli studiosi lo collocano infatti nella corrente del "calligrafismo", quel cinema degli anni della guerra ricco di riferimenti letterari e figurativi alla narrativa ottocentesca in prevalenza italiana (Antonio Fogazzaro). A questo genere di film collaborano letterati di tutto rispetto come Corrado Alvaro, Ennio Flaiano e Vitaliano Brancati.

Sul piano visivo, molto forte l'influenza dei francesi Jean Renoir, Marcel Carné e Julien Duvivier.

e' un cinema, questo dei calligrafisti, che guarda soprattutto al risultato formale e non ha troppa vocazione per il realismo o l'impegno sociale; cosa che lo fece bollare come superficiale e velleitario dai critici dell'immediato dopoguerra che coniarono, appunto, il termine "calligrafista", giudizio ammorbidito poi negli anni '60

 

Massimi esponenti Mario Soldati - Piccolo mondo antico (1941 e Malombra (1942) -  Renato Castellani, Alberto Lattuada e lo stesso Luigi Chiarini,

 

 

Osvaldo Valenti merita una nota.

Era nato a Istanbul da padre siciliano e da madre libanese. tornato in Italia con la famiglia allo scoppio della prima guerra mondiale, entra del cinema. Dopo la canonica gavetta, incontra Blasetti che si era affermato come il maggior regista del regime fascista e ne diventa l'attore preferito. Sul set di Una avventura di Salvator Rosa incontra Luisa Ferida che sarà la sua compagna di arte e di vita. Alla caduta del fascismo, Valenti e Ferida scelgono di trasferirsi a nord seguendo le sorti del cinema che da Cinecittà si trasferisce al Cinevillaggio di Venezia. Ma quando a Bologna Luisa Ferida che aspetta il loro primo figlio, abortisce spontaneamente, Osvaldo Valenti decide di abbandonare il cinema e, per fare - come scrive - qualcosa di utile per quel che resta del suo paese, si arruola nella Xa MAS. I due saranno arrestati dai partigiani, accusati di crimini di guerra  assieme alla banda Koch e fucilati.

 

E merita una nota anche Luigi Chiarini, il regista. Nel 1935 fu tra i fondatori del Centro sperimentale di Cinematografia che dirige per moti anni. Nel 1938  firma il Manifesto sulla razza. E negli anni '60 lo troviamo all'ateneo di Pisa dove è il primo docente di storia e critica del cinema presso un'università italiana,  ed è direttore della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia dal 1963 al 1968.

 

Francamente mi vengono in mente molte cose.

Che i tempi cambiano.

Che il fascismo fu una barzelletta senza alcuna reale potente componente ideologica

Che gli stessi ce li siamo ritrovati anche dopo a ricoprire comunque incarichi importanti

Che chi era in carriera doveva aderire per restarci....

Mah!

 

fiore di cactus :)

 

 

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