film
LA
CHIAVE DI SARA
di Gilles Paquet-Brenner
con Kristin Scott Thomas, Mélusine Mayance, Niels Arestrup, Frédéric Pierrot, Michel Duchaussoy
Francia - 2010 - 111'
Julia, giornalista americana sposata ad un architetto parigino, vive ormai in Franca da moltissimi anni e col marito e la foglia, sta andando ad abitare in un appartamento del Marais rimasto disabitato dai tempi della guerra. il caso vuole che la sua redazione le affidi proprio in quei giorni un servizio sulla deportazione nel luglio del 1942 di 13mila ebrei parigini, prima rinchiusi nel Velodromo d'Inverno e poi destinati allo sterminio, una vergogna per i francesi autori della deportazione.
Per una serie di motivi julia scoprirà di essere legata indirettamente a Sara, la bambina che abitava proprio nella casa che Julia e il marito hanno avuto dai genitori di lui e che quel giorno della deportazione aveva nascosto il fratellino in un armadio a muro.
Sara si salverà dallo sterminio e vivrà la sua vita dolorosa che Julia sentirà il bisogno di ricostruire e di rivelare al figlio che nemmeno lui ha mai conosciuto fino in fondo
Il film si svolge su due piani temporali diversi, sottolineati anche da una diversa fotografia: leggermente virata quella di Sara, fredda quella di Julia.
Cosa troverà Sara che corre a casa per liberare il fratellino ad un certo punto diventa intuibile. Come intuibile è il nome che darà Julia alla bambina che non sperava più di poter avere.
Qualcuno infatti ha arricciato il naso. Ma...
E' il secondo film francese in due anni ad uscire nella settimana della memoria (27 gennaio, giorno della Memoria, anniversario della liberazione di Auschwitz) e a parlare della deportazione degli ebrei parigini al Velodrome d'Hiver, l'anno scorso era stato "Vento di primavera".
Sono storie che ci sembra di aver sentito molte volte eppure io trovo che sia giusto continuare a scriverne e sui cui fare cinema.
Qualcuno, nell'assoluto rispetto per la vicenda, ha trovato questo "La chiave di Sara" u film non all'altezza e troppo didascalico. Sono i soliti "intellettualibarbosisenzacuore" e senza speranza e senza appello.
Andatelo a vedere, è un bel film.
fiore di cactus :)
ulia Jarmond è una
giornalista americana, moglie di un architetto francese e madre di una
figlia adolescente. Da vent'anni vive a Parigi e scrive articoli
impegnati e saggi partecipi. Indagando su uno degli episodi più ignobili
della storia francese, il rastrellamento di tredicimila ebrei, arrestati
e poi concentrati dalla polizia francese nel Vélodrome d'Hiver nel
luglio del 1942, 'incrocia' Sara e apprende la sua storia, quella di una
bambina di pochi anni e ostinata resistenza che sopravviverà alla sua
famiglia e agli orrori della guerra. Impressionata e coinvolta, Julia
approfondirà la sua inchiesta scoprendo di essere coinvolta suo malgrado
e da vicino nella tragedia di Sara. Con pazienza e determinazione
ricostruirà l'odissea di una bambina, colmando i debiti morali,
rifondendo il passato e provando a immaginare un futuro migliore.
La Shoah è un argomento pericoloso dal punto di vista artistico. Si
tratta di una tragedia così traumatica e indicibile da renderla di fatto
irrappresentabile. Eppure il cinema si è misurato infinite volte con
questo soggetto storico tentando approcci 'esemplari' con
Il pianista di
Polanski o
Schindler's List di
Spielberg,
sperimentando sguardi morbosi con
Il Portiere di notte, osando quello favolistico e 'addolcente'
con
La vita è bella e
Train de vie. Ci ha provato con la stessa urgenza e serietà il
cinema documentario fallendo ugualmente l'intento di avvicinare la
realtà della Shoah. A mancare troppe volte e nonostante le migliori
intenzioni sembra essere una maggiore coscienza storica e morale.
La chiave di Sara non fa eccezione, riducendo la dismisura
dell'orrore a una semplice funzione narrativa, preoccupandosi di
comunicare, piuttosto che capire, quanto accaduto. Trasposizione del
romanzo di Tatiana de Rosnay, La chiave di Sara aderisce al
dramma interiore della bambina del titolo raddoppiandone il senso di
colpa ed esibendo un gusto per l'iperbole che lascia perplessi.
Se il film di Gilles Paquet-Brenner ha l'indubbio merito di recuperare
un evento storico dimenticato e di fare luce sul rastrellamento del
Vélodrome d'Hiver, sui campi di smistamento e di concentramento, sulle
delazioni e sulle responsabilità francesi, facendo tutti (poliziotti,
funzionari e civili) compartecipi di un errore e di una mancata presa di
coscienza, nella realizzazione pecca di didascalismo e ridondanza.
Inopportuni i rilanci narrativi (nel film è Sara a chiudere il
fratellino nell'armadio) per rendere la vicenda ancora più emozionante.
Al di là della buona volontà e dell'obiettivo storico-didattico
l'impressione è che il regista abbia sfruttato le componenti più
tragiche della vicenda dissimulandole dietro lo sguardo gentile di
Kristin Scott Thomas e quello ruvido di Niels Arestrup, che provano con
le loro misurate interpretazioni ad arginare un diffuso bozzettismo
emozionale. Una tale semplificazione conduce a una banalizzazione del
male, la cui sola prerogativa è quella di mettere in risalto la
superiorità del bene.
La chiave di Sara, sospeso tra un passato mai esaurito e una
contemporaneità in divenire, rimette innegabilmente in discussione un
deplorevole momento della vicenda nazionale, ma con altrettanta evidenza
si stacca dalla verità dei documenti, contagiandola con le
'contraffazioni' dell'entertainment e il sentimento popolare, troppo
incline agli amarcord e poco alla Memoria.
AMCT