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La 64° Mostra del cinema di Venezia e il suo "costruttore"
 

Parla Marco Müller, per la quarta (e ultima) volta direttore della rassegna al via nella città della Laguna il 29 agosto. "Ho invitato solo film necessari" dice. "Come erano quelli di Rossellini o John Ford". Ma anche uno dove Brad Pitt indossa i panni del bandito Jesse James e tre di altrettanti registi italiani molto promettenti
di Gian Luca Favetto

"Non vale la pena di interessarsi al cinema se non lo si considera sinonimo di libertà, tolleranza e uguaglianza" dice Marco Müller, romano, classe 1953, direttore della 64ª Mostra del Cinema di Venezia. "Il cinema" aggiunge "non ha bandiere, se non quelle della bellezza e del piacere dell'invenzione".

Per il festival della Laguna al via il 29 agosto, il quarto (e molto probabilmente l'ultimo) da lui diretto, Müller dice di avere invitato solamente "film necessari". Film, cioè, come Il fiume di Renoir e Europa '51 di Roberto Rossellini o Sentieri selvaggi di John Ford, "davanti ai quali riconosco dove sono all'inizio, ma so che alla fine mi trovo da un'altra parte. Sono film che ti danno fame di mondo".

Undici giorni, cinquantasette film nelle tre sezioni ufficiali, più una serie di retrospettive e omaggi con altri settantotto lavori in programma e molti bei nomi in arrivo a far passerella. E poi due Leoni d'oro alla carriera, a Bernardo Bertolucci e a Tim Burton, con Alexander Kluge come nume tutelare e una giuria di soli registi, presidente Zhang Yimou: sono queste le cifre della rassegna che ha per titolo La guerra e la pace. Perché, spiega il direttore, "per me il cinema è la migliore risposta alla guerra. C'è ancora una virtù particolarissima nel chiedere a una persona di uscire di casa, salire in macchina, trovare parcheggio, arrivare in sala e sedersi. E la sfida comincia solo allora... Il film deve prenderti e portarti altrove...".

Aggiunge Müller, arrivato al passo d'addio: "Alla fine di un quadriennio, non potevamo non porci il problema del contemporaneo. Ma non chiedetemi che cos'è il contemporaneo. Ci interroghiamo proprio perché non lo sappiamo. Le risposte verranno dai film scelti, che rappresentano il cinema che più mi interessa, quello che avanza fra industria e cultura, attento agli imperativi del mercato, ma anche a trovare i margini per esprimere ancora un'individualità libera".

Dei film che ha invitato alla Mostra, Muller cita con orgoglio La Graine et le mulet di Abdellatif Kechiche, già autore di La schivata, uno dei film più importanti degli ultimi anni, sostiene. E poi The Darjeeling Limited di Wes Anderson, storia di tre fratelli americani in viaggio in India alla ricerca della madre; Les Amours d'Astrée et Céladon di Eric Rohmer, che a 83 anni ritrova una fresca ingenuità e una capacità incredibile di ridurre all'osso rapporti e sentimenti tra le persone.

E soprattutto Redacted di Brian De Palma, costruito come assemblaggio di vari materiali contemporanei, racconto della guerra e di uno stupro. E ancora i tre italiani: Il dolce e l'amaro di Andrea Porporati, che entra nella testa e nelle viscere di un uomo di mafia; L'ora di punta di Vincenzo Marra, che con rigore racconta le nuove "mani sulla città"; Nessuna qualità agli eroi di Paolo Franchi, che fa di Torino la vera protagonista della storia di un figlio che vuole scegliersi un padre.

Da segnalare, inoltre, L'assassinio di Jesse James di Andrew Dominik, storia del feroce e mitico fuorilegge americano vissuto nella seconda metà dell'Ottocento e interpretato da Brad Pitt. E anche la proiezione di un'edizione restaurata di Per un pugno di dollari di Sergio Leone. Al western italiano, il festival dedica una "rassegna nella rassegna" a cura di Marco Giusti e Manlio Gomarasca.


Il Venerdì di Repubblica - 24 agosto 2007


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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