dai giornali
"Penso
che gli uomini di cinema debbano sempre essere legati, come ispirazione, al
loro tempo. Non tanto per esprimerlo nei suoi eventi più crudi e più
tragici, quanto per raccoglierne le risonanze dentro di sé."
Morto
Michelangelo Antonioni
maestro del cinema dello sguardo
Il grande regista si è spento in casa, a 94 anni. Dalle collaborazioni con
Rossellini e Fellini a capolavori come "L'avventura" e "Blow Up". Vincitore
a Venezia e Cannes, Oscar alla carriera
In tutti i suoi film - da "Cronaca di un amore" all'ultimo, l'episodio di
"Eros" - l'immagine prevale sul linguaggio. In un autore ossessionato
dall'incomunicabilità
di CLAUDIA MORGOGLIONE
ROMA - Con Michelangelo Antonioni - morto ieri sera nella sua abitazione
nella capitale, a 84 anni, assistito fino all'ultimo dalla moglie Enrica
Fino - non se ne va solo uno dei grandi vecchi del cinema italiano e
internazionale, amato e celebrato in tutto il mondo, come dimostra l'Oscar
alla carriera ricevuto nel 1995. Con lui scompare anche uno stile davvero
unico, all'interno della settima arte: quello di un regista che ha sempre
fatto dell'occhio - quello della cinepresa, spesso apparentemente
impassibile, e quella dell'autore che silenziosamente la muove - il centro
della sua visione poetica. In cui emergono l'incomunicabilità tra le
persone, l'insufficienza delle parole, la solitudine. Ma anche, per
contrasto, il potere dello sguardo, la perfezione dell'immagine.
Un modo di concepire, realizzare e "vedere" i film creata non solo con
intenti estetizzanti, ma anche per far venire fuori, senza inutile retorica,
l'interiorità e la psicologia dei personaggi. Con un tratto così
particolare, e così coerente, da rendere vani i pur numerosi tentativi di
imitazione. E senz'altro più adatto a una fruizione critica, o cinefila, che
al grande pubblico. Una singolarità che Antonioni - autore di tanti e a
volte controversi capolavori, a cominciare dagli eterni cult Blow up e
L'avventura - ha tenuto fermo fino alla fine. A dispetto della malattia che
negli ultimi anni gli ha impedito di parlare, ma non certo di comunicare
attraverso il suo cinema.
Classe 1912, ferrarese, una laurea a Bologna in Economia e commercio,
Antonioni si accosta al cinema attraverso l'attività di critico
cinematografico. Poi il trasferimento a Roma, dove frequenta il Centro
sperimentale di cinematografia. Collaborando con autori del calibro di
Roberto Rossellini. Ma è nella sua terra d'origine che realizza il suo primo
documentario, il cui titolo dice già tutto: Gente del Po, anno 1947.
In quello stesso periodo, lavora anche come sceneggiatore, in pellicole
importanti: Caccia tragica, di Giuseppe De Santis (1946), Lo sceicco bianco
di Federico Fellini (1952). Il primo film che porta interamente la sua firma
è Cronaca di un amore. Un'opera prima, ma già molto personale nei temi e
nello stile: uno spunto quasi giallo, personaggi borghesi indagati nei loro
moventi psicologici, una certa asciuttezza. A questo esperimento, riuscito,
seguono poi I vinti (1952) sulla crisi della gioventù europea; La signora
senza camelia (1953), ambientato proprio nel mondo del cinema; Le amiche
(1955) e Il grido (1956).
Ed è alla fine degli anni Cinquanta che arriva il suo primo, vero
capolavoro, il film che molti cinefili, ancora oggi, considerano il suo
migliore: L'avventura (1959). Pellicola così diversa dalle altre, così
particolare, così raffinata, da suscitare, nella sua passerella a Cannes,
reazioni assai contrastanti: forse per la lentezza, per il suo affidarsi
alle immagini e agli sguardi, senza badare al ritmo. E che ha tra i
protagonisti Monica Vitti, suo amore e sua Musa in questa fase della
carriera.
E infatti, dopo L'Avventura, arrivano La notte (1960) e L'eclisse (1962),
sempre con la Vitti. Così come Deserto rosso, anno 1964: il primo film in
cui Antonioni accetta la sfida del colore, dopo tante produzioni in bianco e
nero, e che gli vale il primo Leone d'Oro della Mostra di Venezia (il
secondo, alla carriera, è del 1983). Ma il regista non si riposa sugli
allori, anzi, allarga i suoi orizzonti anche all'estero: il suo eterno
capolavoro Blow up (1966), ambientato in Inghilterra, vince la Palma d'oro
al Festival di Cannes. Poco dopo, nel 1970, la sua quasi muta indagine
sull'animo umano sbarca in America, con Zabriskie Point (1970). Gli Usa
della contestazione giovanile e della musica rock (celebre la scena finale
dell'esplosione, con musica dei Pink Floyd). Pochi anni più tardi, nuova
pietra miliare: Professione reporter con Maria Schneider e Jack Nicholson
(1975). E ancora, nel 1982, Identificazione di una donna. In cui, sulla
falsariga di quanto già fatto da Federico Fellini con altri personaggi
cinematografici giudicati di serie B, sdogana come interprete di serie A
Tomas Milian, alias lo sbirro Monnezza.
A questo punto, il silenzio. Dovuto alla malattia che lo colpisce, che
paralizza parte delle sue capacità comunicative. Ma il cinema - il suo
cinema, così centrato sullo sguardo e così poco sulle parole o sui gesti
frenetici - è più forte del male. E così, nel 1995, il maestro torna sul
set, per girare, insieme all'amico e ammiratore Win Wenders, Al di là delle
nuvole. E nel 2002, l'ultimo sforzo compiuto: l'episodio Il filo pericoloso
delle cose, nell'ambito nel film a episodi Eros. Gli altri autori sono Wong
Kar Wai, Steven Sederbergh, due cineasti più giovani di lui che sicuramente
hanno assimilato la sua lezione. La pellicola partecipa alla Mostra di
Venezia. L'ultima, girata da questo Grande del cinema.
E adesso - nello stesso giorno in cui si spegne un altro gigante, Ingmar
Bergman - la fine: serena, in casa sua, accanto alla moglie. Domani in
Campidoglio la camera ardente, dopodomani, nella sua Ferrara, i funerali.
(Repubblica 31 luglio 2007)
AMCT