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Il
divo svedese Michael Nyqvist presenta "La ragazza che giocava con il
fuoco"
di CLAUDIA MORGOGLIONE
ROMA - Lisbeth, Lisbeth e ancora Lisbeth: sullo schermo, perfino più che
sulla pagina scritta, La ragazza che giocava con il fuoco - secondo
capitolo della trilogia Millennium - si gioca tutto nel volto, nella
violenza, nelle disavventure della sua eroina femminile. Interpretata,
al cinema, da una perfetta Noomi Rapace. Con la conseguenza di lasciare
un po' nell'ombra il protagonista ufficiale della saga, Mikael Blomkvist.
Così come colui che cinematograficamente lo incarna, il divo svedese
Michael Nyqvist.
Ma qui a Roma, alla presentazione italiana della pellicola - nelle sale
dal 25 settembre, distribuita dalla Bim - le cose vanno diversamente.
Perché Nyqvist sa tenere benissimo alta l'attenzione dei giornalisti.
Sia quando spiega il fascino del mondo creato dallo scrittore Stieg
Larsson: "Ha un tocco, una forza anarchica che fa capire come la
società, e la nostra vita, possono essere cambiati. Perfino con
strumenti semplici come la penna, il cellulare, il computer". Sia quando
polemizza ironicamente col desiderio hollywoodiano di realizzare remake
dei tre film, magari diretto da Quentin Tarantino: "Non capisco questa
mania di rifare tutto... ve la immaginate la rivista Millennium con sede
in Alabama?".
Prima, però, qualche cenno sul film, proiettato questa mattina in
anteprima per la stampa. La vicenda parte col fatto che due giornalisti
di Millennium vengono assassinati, prima di pubblicare clamorose
rivelazioni sul mercato del sesso in Svezia. Gli indizi puntano contro
Lisbeth; ma Mikael indaga per conto suo, entrando in un mondo di orrore
e criminali. Intanto, però, proprio Lisbeth non sta con le mani in mano;
finendo per fare i conti con la parte oscura e inconfessabile del suo
passato... fino alla resa dei conti finale.
Una storia abbastanza fedele alla trama del libro. E che, rispetto al
primo film - Uomini che odiano le donne, 24 milioni di euro guadagnati
nei soli Paesi scandinavi - ha una trama ben più complessa, più
involuta. Tanto da lasciare qualche difficoltà di comprensione di alcuni
passaggi in chi non ha letto il romanzo. Per il resto, le atmosfere sono
analoghe: gelo nordico, sangue, e la nostra eroina alle prese con le
situazioni più estreme. Diversa anche la regia: il primo era diretto da
Niels Arden Oplev, questo - così come il prossimo, La regina dei
castelli di carta, nei cinema la prossima primavera - da Daniel
Alfredson.
Anche Michael Nyqvist, qui a Roma, parla delle differenze tra il primo e
gli altri due capitoli della saga. Sottolineando, in primo luogo, il
cambio di punto di vista: "Premetto - spiega - che in tutti e tre la
nostra intenzione era entrare nell'universo creato da Larsson, non
sovvertirlo. Il cambiamento è che nel primo film e nel primo libro, lo
spettatore e il lettore hanno le stesse informazioni dei due personaggi
principali. Negli altri due, sia al cinema che su carta, chi guarda o
chi legge sa molte cose in più, rispetto ai protagonisti. La conseguenza
è che la storia viene raccontata in modo diverso, più simile ai thriller
tradizionali. Nel primo Blomkvist fa un viaggio quasi mistico nella
memoria, negli altri insegue la verità. Cosa che me lo rende molto
vicino".
E non basta: tra il personaggio e colui che lo incarna, ci sono infatti
altre analogie. "Mikael - prosegue l'attore - è l'alter ego di Larsson,
e incarna un po' quel tipo d'uomo occidentale che tutti dovremmo essere:
è impegnato sul fronte sociale e politico, ha ben presenti le questioni
etiche. Io condivido questi principi. E poi è intelligente, grande
ascoltatore, non giudica". Sullo schermo, però, è meno donnaiolo che nei
libri: "E' vero, nei film abbiamo attenuato questo aspetto: nei romanzi
va praticamente con tutte. A lui, come a me, piacciono le donne perché
non fanno domande sapendo già le risposte, come fanno invece gli uomini.
Le donne sono curiose della vita".
Toni più scherzosi e insieme più critici, invece, quando si parla di un
probabile remake hollywoodiano. "Ci sono rumors che lo dirigerà
Tarantino e che Brad Pitt erediterà il mio ruolo - dice - io non ho mai
capito questo vizio degli americani di rifare tutto: forse hanno paura
della nostra cultura? Se proprio vogliono riproporre Millennium, credo
che dovrebbero scegliere attori poco conosciuti".
Detto da uno che in patria è una star - "ma il mio idolo è Marcello
Mastroianni", rivela - suona leggermente contraddittorio. Poi Nyqvist si
fa più serio, nel raccontare il suo unico incontro con Larsson: "E'
stato una decina d'anni fa - rivela - facevo a teatro un monologo tratto
da Se questo è un uomo di Primo Levi, e giravo con la scorta perché i
gruppi di estrema destra mi avevano minacciato. Ebbi con lo scrittore un
faccia a faccia perché lui era uno dei massimi esperti di quei
movimenti: ma fu talmente breve che non credo che lui oggi, se fosse
vivo, se ne ricorderebbe...".
Repubblica on-line 18 settembre 2009
AMCT