film
MIRACOLO
A MILANO - Vittorio De Sica - 1951 - Italia - 100'
Come una favola il film comincia con la scritta in calligrafia da bambino
"C'era una volta" e come in una favola Totò "nasce" sotto un cavolo, nel
senso che viene trovato nell'orto da una simpatica vecchietta. Alla fine di
un incipit fatto solo di immagini che racconta di come Totò perda la sua
"nonnina", passi l'infanzia in orfanotrofio e ne venga fuori ormai
ragazzotto con il problema, in una Milano invernale, di trovare un posto
dove stare. E finisce in un campo pieno di neve, con i barboni che lo
accolgono.
E la sua vita comincia con l'indimenticabile scena dove i barboni si
raggruppano sotto il raggio di sole, saltellano e cantano per scaldarsi.
Cantano... E appare l'arrogante interpretato da Paolo Stoppa che avrà una
parte importante nella vicenda di tutto il "villaggio". Perchè Totò non solo
li convince a costruire baracche al posto dei cartoni che il vento porta
via, ma costruisce insieme a loro una "città", una comunità fatta di strade,
di una piazza, un luogo dove cominciano a fare festa per la gioia di poter
semplicemente averlo.
Ma in questo luogo scoprono il petrolio e il padrone del terreno alla fine
riesce a cacciarli via. E Totò con l'aiuto di una colomba magica, dopo un
po' di miracoli dove si esaudiscono desideri privati e collettivi, porta
tutti sulle scope e tutti volano via.
Il neorealismo non aveva ancora esaurito la sua vitalità, quando uno dei
padri fondatori, Vittorio De Sica, se ne allontana per esplorare i terreni
del cinema surreale e firma questo capolavoro.
Il film, tratto da "Toto il buono" di Cesare Zavattini, lo stesso che aveva
collaborato come sceneggiatore ai maggiori film del neorealismo, appena
uscito nella sale, ricevette una ondata di critiche sia da sinistra che
destra. I conservatori lo giudicarono un film eversivo e di ispirazione
comunista, i progressisti lo trovarono evangelico e consolatorio. In Unione
Sovietica ne fu proibita la proiezione.
E invece, mi viene da dire "ovviamente", presentato a Cannes lo stesso anno
vince la Palma d'Oro.
Forse non piaceva a nessuno in Italia, da una parte rivedere la povertà
appena dimenticata degli anni della guerra (steso sentimento che animava le
critiche emotive sui film neorealisti), dall'altra forse irritava l'idea che
dei barboni nullafacenti facessero festa.
Sulla poeticità del film c'è davvero poco da dire.
Vale la pena invece di sottolineare alcuni elementi linguistici.
Il luogo (location): la baraccopoli sorge in una terra di nessuno
dove da una parte ci sono i treni che passano fischiando, presenti
fischiando in tutto il film; dall'altra, in controcampo, c'è la città appena
costruita, i condomini alti di una Milano operaia che si sta avviando al
boom industriale.
La colonna sonora: ha una andatura favolistica tranne nelle parti in
cui appaiono i ricchi industriali dove, per la prima volta, Cicognini
compone partiture Jazz, musica metropolitana per definizione; una
anticipazione di quello che farà Monicelli con "I soliti ignoti" che
"inventa" la commedia all'italiana nel 1958.
Trucchi: tutto il neorealismo, per definizione, non aveva bisogno di
effetti speciali. Il cinema storico (La corona di ferro) aveva fatto
qualcosina, ma questo è il primo film in cui il cinema italiano si cimenta
in trucchi. Molto teneri alla prova del tempo ma del tutto inconsueti per
una cinematografia che, nel suo insieme, resta ancora fortemente
condizionata dal realismo. Ed eccoli: il raggio di sole, i cilindri che
inseguono Palo Stoppa, il salvataggio di Arturo da treno (bella citazione
dal primo film della storia del cinema), i miracoli (apparizione degli
oggetti, semplicissimi, solo da inquadratura), lo spirito della nonnina e
gli angeli guardiani, la nebbia che si ritrae al soffio dei barboni...
E su tutte l'inquadratura finale del volo sulle scope, semplice ed
evidentemente di "foto" montaggio ma che, dichiara Steven Spielberg, ha
ispirato il suo volo dei ragazzini contro la luna dell'indimenticabile ET a
31 anni di distanza.
Ed è tutto dire.
angela cannizzaro :)
AMCT