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Il
localismo della Lega vuole la fiction padana
Repubblica.it
Ieri (14 luglio n.d.r.) l'inaugurazione del polo della cinematografia
lombarda a Milano: un'occasione - per il ministro Castelli - per attaccare
la fiction italiana, a suo dire troppo romano-centrica: "Che sia bergamasco,
altoatesino o tedesco - ha spiegato Castelli - comunque parlano tutti in
romanesco. È una cosa insopportabile. Dà fastidio, non tanto per una
questione localistica o campanilistica, ma è chiaro - precisa - che il
linguaggio è parte essenziale dei personaggi: sentire parlare con accento
romanesco Giovanni XXIII (interpretato da Massimo Ghini, ndr) che era
bergamasco verace, è sbagliato storicamente".
E il leader del Carroccio Umberto Bossi ha rincarato la dose: "Finalmente
racconteremo le nostre storie incredibili, sempre lasciate da parte dal
cinema romano".
Si scopre così che esistono - almeno secondo Bossi - storie padane contro
storie romane. Sarebbe bastata una recitazione in Veneto per rendere
'padana' la fiction su Papa Giovanni XXIII? I Promessi Sposi, ambientati su
"quel ramo del lago di Como", sarebbero una storia solo del popolo del Nord?
Quali fiction nordiste vorreste vedere prodotte?
questo il sondaggio di Repubblica.it
È vero, nella fiction italiana c'è troppo romanesco: abbasso i Cesaroni,
facciamo i Brambilloni
I problemi della fiction italiana sono altri, come la scarsa qualità di
alcune produzioni
Bossi
cerca solo di solleticare i suoi elettori: le buone storie sono universali,
la collocazione etnico-geografica conta poco
e tanto per fare un po' di ripasso...
Basta con il romanesco Castelli all' attacco
di Cinecittà
Repubblica — 14 luglio
MILANO Basta con la parlata romanesca nel cinema. Non è una battuta, ma una
linea, data ieri dal viceministro alle Infrastrutture Roberto Castelli,
intervenuto a Milano all' inaugurazione del Polo di Cinematografia lombardo.
«È insopportabile che gli attori parlino sempre romanesco, a prescindere
dall' ambientazione», ribadisce il leghista Castelli, anche se mitiga un po'
: «Non è una questione campanilistica, il linguaggio è parte essenziale del
personaggio: sentire parlare con accento romanesco Giovanni XXIII, che era
bergamasco verace, è sbagliato storicamente». Ed è subito polemica, Milano
contro Roma, il meneghino invece del romanesco, insomma si sente odore di
"Milano operosa" e "Roma ladrona". Da una parte Umberto Bossi, presente alla
cerimonia, rincara la dose: «Faremo cinema lombardo raccontando le nostre
belle storie padane, sempre trascurate dal cinema romano». Dall' altra,
attori e registi rispondono alle parole di Castelli. «Il problema è fare
bene il proprio lavoro, in dialetto o in lingua poco importa», dice Flavio
Insinna. «Ho recitato in pugliese, in romano, in italiano, nella fiction che
sto girando adesso ci sono Neri Marcorè che fa un toscano e Michele Alaique
che fa un veneto: siamo politicamente corretti?». Carlo Verdone precisa: «Ha
usato una maniera brutale, ma se avesse detto in modo elegante che il cinema
si può aiutare con una nuova Cinecittà lombarda, senza alcuna
contrapposizione tra Roma e Milano, allora sarei pienamente d' accordo». Ma
poi ricorda che il cinema ha conosciuto periodi "milanesi", in cui
recitavano soprattutto Cochi e Renato e Celentano, periodi "siciliani", con
Buzzanca, e poi toscani o napoletani... E dice che Castelli gli ricorda una
scena del suo film Perdiamoci di vista, quando un dirigente tv dice al
protagonista "Questo suo accento romanesco, non se ne può più!": «Già allora
avevo intuito l' antipatia che provano per noi», conclude Verdone. Il
commento di Monica Guerritore è che «Roberto Castelli non ha alcun titolo
per intervenire su una faccenda che non lo riguarda e di cui non sa nulla».
Mentre Renato Pozzetto plaude alla realizzazione dei nuovi studios lombardi,
che possono «aprire la strada per creare opportunità», e conferma che
attraverso il cinema il gergo romanesco «ha trovato spazio nella parlata
milanese». Luca Barbareschi cerca una posizione salomonica: «Giusto che gli
attori non parlino romanesco: si deve parlare l' italiano. Ma il centro
degli audiovisivi è a Roma da sempre, per varie ragioni, compreso il clima:
lì c' è sempre il sole ed è più facile girare i film, mentre con la nebbia e
la pioggia si può fare poco». Ma «prima di tutto bisognerebbe far fronte
all' invasione degli stranieri che conquistano larghe quote di mercato
italiano. Senza questo, si rischia di non parlare più né romanesco né
lombardo, e nemmeno italiano».
MARIELLA TANZARELLA
La disfida della fiction 'Troppo romanesco in
tv'
Repubblica — 20 settembre 2005
Troppo romanesco nelle fiction tv, ripartiamo alla conquista del
Lombardo-Veneto: sono le linee programmatiche di Agostino Saccà, direttore
di Raifiction, pubblicamente enunciate in occasione del Prix Italia, a
Milano. L' obiettivo è sfidare Mediaset sul suo terreno ed espugnare il suo
pubblico ma, al tempo stesso, la nuova strategia Rai riporta in auge l'
eterna diatriba nord-sud, Roma-Milano, schierando su due fronti puristi e
no, sostenitori del maresciallo Rocca contro gli amanti di Elisa di
Rivombrosa. «Il nord è per la Rai una prateria aperta, bisogna saper
prendere il cavallo giusto e correre», dice Saccà che, da direttore
generale, aveva proposto il trasferimento di una rete a Milano: ed ecco così
venirci incontro molte storie ambientate tra le brume padane, con attori dal
più puro accento lombardo ed educative storie ambientate nel primo
Novecento, concepite intorno a personaggi come Maria Montessori o Sibilla
Aleramo. Per affiancare, sempre sostenendolo, un classico della fiction
romanocentrica (e forse «con il maggior numero di tentativi di imitazione»)
e cioè il maresciallo Rocca, interpretato da una colonna di romanità come
Gigi Proietti (la nuova serie in tv dal 2 ottobre). Via le telecamere da
Cinecittà, basta tramonti rosati, location barocche o battute testaccine:
per conquistare nuovi territori, la Rai annuncia fiction che si svolgono in
treni di pendolari ma anche storie di ragazzi e ragazze, «giovani e trendy»,
che si svolgono in città dell' operoso nord italiano, come «Il treno» e
«Sette vite», tanto per non correre rischi di disturbo con "aò" o "anvedi"
che piombano nelle case padane in prima serata. Sarà meno facile vedere in
televisione piazza di Spagna o luoghi simili a quei palazzoni del Tuscolano
che fanno da fondale al Distretto di polizia, e tanto meno, sentire
(splendide) parlate "coatte" come quelle di Ricky Memphis e Giorgio
Tirabassi, protagonisti di un successo targato Mediaset. L' intenzione è
dare alla gente del Nord modo di riconoscersi nelle storie del piccolo
schermo, in situazioni, paesaggi e cadenze che gli assomiglino, senza troppo
urtare gli accenti del focolare domestico, assecondando un processo di
identificazione elementare alla base di ogni narrazione riuscita.
Campanilismi o strategie aziendali che dir si voglia, Saccà non adopera
mezzi termini, dice: «Dobbiamo smettere di parlare troppo romanesco. Sarà
facile rilanciare le fiction ambientate nel nord basta far parlare italiano
ai nostri attori». E volendo evitare facili critiche, precisa: «Lo dico da
calabrese, romano d' adozione, con tre figli nati a Roma e amante della
Capitale. O la Rai si riconcilia con il lombardo veneto o resta debole».
All' Auditel l' ardua sentenza. - FRANCESCA GIULIANI
Quel commissario che viene dalla nebbia
Repubblica — 02 dicembre 2005
Un intreccio noir che nasce all' esterno della tv (i libri di Valerio Varesi,
giornalista di Repubblica e giallista di pianura), una storia che affonda le
radici nella Storia e per di più ricordando il sangue versato dai vincitori
e non solo dai vinti, e chissà che non tornino un po' di moda un viluppo di
provincia sulle sponde del Po, il grande padre che sprigiona nebbie. E
delitti, come in questa serie di RaiDue (in onda il mercoledì, previsti
altri tre episodi e viene già annunciato un seguito). Ha tutti i codici a
posto questo Nebbie e delitti, lanciato con qualche pretesa eccessiva come
si usa oggi in tv, per cui dietro quella che dovrebbe essere una trafila
normale (prendere un buon libro di racconto, adattarlo al mezzo televisivo,
scegliere gli interpreti e così via), dovrebbero esserci invece simbologie
padane, di riscossa del racconto del nord contro il mito di Montalbano ormai
caro a tutto il paese. E in più il protagonista, quel Luca Barbareschi
controverso e riottoso, che prima di ogni ritorno al grande pubblico si fa
precedere da qualche lamentazione sulle molte occasioni che non gli vengono
concesse. Barbareschi dovrebbe invece ringraziare, eccome, di avere quest'
occasione e lasciar perdere per sempre il passato. L' interpretazione del
commissario Soneri può rimetterlo a nuovo e rilanciarlo, può far dimenticare
la sua voglia costante di proporsi come efferato eversore delle regole della
società dello spettacolo (ci vuole un altro fisico), può perfino fargli
azzeccare qualche sguardo giusto quando deve giocare al Maigret della bassa
padana che conosce le cose del mondo e degli uomini, ha sopportato grandi
dolori e con qualche sforzo, va detto diffonde pietas nei confronti degli
altri. Per entrare nella parte, Barbareschi è anche ingrassato il Soneri è
un ghiottone come il suo equivalente di Vigata e, quando ti pagano per
farlo, uno non dovrebbe chiedere altro alla vita. Con Barbareschi una
Natasha Stefanenko anch' essa con un paio di chili in più distribuiti con
rara perfezione, e sorprendente nella presenza scenica, anche se per il
momento un po' troppo relegata a donna dell' eroe. Una fiction di quelle che
arrivano nei momenti tranquilli della stagione tv, quando la sarabanda sugli
ascolti cala d' intensità e tutti si chiedono perché non potrebbe essere
questa, la normalità. - ANTONIO DIPOLLINA
AMCT