Primavera,
estate, autunno, inverno e…ancora primavera - di Lim Ki-duk - con Kim
Ku-duk, Seo Jae-kyeong - Corea del Sud/Germania - 2003 - 103
In questo film del coreano Kim Ki-duk tutto sembra girare senza mai fermarsi: la natura con il ciclo delle stagioni, le vite dei protagonisti, gli eventi che tornano, perfino la casa-tempio, galleggiante su lago spostata, a volte impercettibilmente, dalla corrente.
La storia è essenziale e per certi versi prevedibile: un monaco alleva un bambino allievo e nella sua primavera il bambino commette errori, piccole crudeltà su animaletti che, anche dopo i pentimento, rimarranno “come un macigno sul suo cuore”, finiranno per ritorcersi contro di lui.
Lo ritroviamo giovane, in estate arriva per trovare cura, una giovane ed è inevitabile che i due si innamorino e che il giovane scappi per raggiungerle.
Il monaco rimane solo e un autunno torna l’allievo, diventato uomo e in fuga: ha ucciso la donna che lo tradiva. Si purifica nella preghiera e segue i poliziotti che sono venuti ad arrestarlo.
Ritorna alla casa dopo anni, è inverno, il vecchio monaco è morto. Lui ne prende il posto e una notte una donna gli lascia un bambino che forse non può allevare.
E sarà di nuovo primavera.
Una storia estremamente lieve, debolissima. Ma il film è un vero incanto.
Il ritmo è lento ma la perenne circolarità avviluppa. I dialoghi sono pochissimi, quasi non si conoscono le voci dei personaggi ma la narrazione è piena di elementi, di stimoli.
Il montaggio è tanto lento da far pensare allo scorrere di magnifiche fotografie eppure si finisce catturati nella vicenda, nella gestualità, negli sguardi, nei movimento costante dell’acqua, degli animali, della campanella che suona mossa dal vento.
Ad ogni stagione nella casa sull’acqua c’è un nuovo piccolo animale: un gallo, un gatto, un serpente, una tartaruga…
E non manca il poetico mistero: come fa il monaco a riprendere la barca tutte le volte che il giovane la prende per andare al ruscello? Come farà a riprenderla quando il giovane se ne va?
E l’apertura della porta, senza muro intorno, di ingresso al lago si scopre che si apre veramente da sola, non è una scelta di regia, “qualcuno” la apre.
E’ un film lucido, preciso; è un modo del tutto sfrondato dal superfluo di rapportarsi alla vita, ci mette di fronte a un processo di causa ed effetto che taglia sul nascere la retorica didascalica proprio per la sua cruda elementarità.
E in questa crudezza della vita, un paesaggio, una fotografia, una luce tanto morbidi da essere struggente, anche nel bianco della neve.
AMCT