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Intervista a  Quentin Tarantino

Incontro a Los Angeles con il regista che a Cannes ha polemizzato con la nostra cinematografia
di MARIA PIA FUSCO


LOS ANGELES - Tutta colpa - o merito - di Connie McHugh in Tarantino, che, innamorata di Clint Eastwood, portò Quentin bambino a vedere Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo. "Era la fine degli anni Sessanta e uscirono uno dopo l'altro, per me rappresentano la presa di coscienza del cinema, l'origine della passione per la forza emotiva dei generi".

Quentin Tarantino, 44 anni, regista culto di almeno un paio di generazioni, vive questa passione con lo stesso trasposto di allora, tanto che ha accettato volentieri il ruolo di padrino della rassegna "Western all'italiana" alla Mostra di Venezia.

Il western è tra i motivi dell'incontro a Los Angeles, dove il regista vive e dove in strada lo fermano, lo fotografano, lo acclamano come una rockstar, ma è inevitabile il riferimento alla polemica intorno al suo giudizio sul cinema italiano espresso a Cannes. "Mi dispiace, sono stato frainteso. Non conosco il cinema italiano di oggi, non si vede a Los Angeles, gli ultimi successi in sala sono Il postino e La vita è bella. Qualche titolo esce, ma non ha la risonanza che un tempo avevano i film italiani: colpivano, scandalizzavano, facevano storia. A Cannes ero a una tavola rotonda e un giornalista italiano ha detto "non è triste la situazione dell'industria italiana?". "Sì, è triste", ho risposto. Non volevo mancare di rispetto a nessuno, non ho visto gli ultimi film di Olmi e Bellocchio, non conosco l'ultimo Monicelli o Romanzo criminale, non posso giudicare il vostro cinema".

Che però esiste, anche se qui non arriva...
"Sì, ma un'industria per crescere, con i film d'arte dei maestri, ha bisogno del cinema popolare dei generi e dall'Italia non arrivano nomi giovani con film d'azione. Dalla Corea o dalla Russia arrivano film rivoluzionari come Old boy o Nightwatch: perché non fate niente di così forte in Italia? E non c'è bisogno della sala, il successo di tanti autori asiatici viene solo dal mercato dei dvd, in cui i titoli italiani nuovi sono scarsissimi".

Ha nostalgia per gli spaghetti western?
"Sono stati d'importanza vitale. Senza gli spaghetti western non esisterebbero Franco Nero, Gemma, Bud Spencer, Terence Hill, non esisterebbe una buona parte del cinema italiano. E Hollywood non sarebbe la stessa senza Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Charles Bronson, senza Morricone. Tra i registi degli ultimi quarant'anni Sergio Leone è stato colui che più ha influenzato il cinema delle giovani generazioni, più di John Ford o di Howard Hawks".

Ha influenzato anche il western americano?
"Ha portato una rivoluzione. Leone e altri autori del genere come Sergio Corbucci hanno fatto una cosa straordinaria: hanno ucciso il vecchio western e nello stesso momento lo hanno riportato in vita. Ogni western uscito dopo gli "spaghetti" sembrò terribilmente fuori moda. Non bisogna dimenticare che i western italiani uscirono negli anni Sessanta, in pieno movimento giovanile e furono i giovani ad appropriarsi del nuovo modo di fare cinema e ad imporlo".

Per lei quali sono gli elementi di maggiore attrazione?
"Il tentativo di vedere il West com'era, senza idealizzarlo, con le mosche, la sporcizia, la vita miserabile, la crudeltà, il sadismo. E se pure i buoni avevano il cappello bianco e i cattivi nero, la cosa più grande è che non c'è più il buono e il cattivo, c'è ambiguità, gli eroi non sempre lottano per una nobile causa, lo fanno anche per il soldo o per vendetta. Eastwood in fondo era un mercenario".

Nei western italiani le donne non sono importanti. Perché lei ha reso Uma Thurman eroina d'azione vincente?
"Per rendere giustizia al potere delle donne, forse mi sentivo in colpa. In realtà da molti paesi in cui si sviluppa l'industria, in Asia in particolare, arriva un cinema con donne protagoniste. Nei film di genere italiani le donne sono quasi sempre vittime o da salvare o oggetti sessuali, raramente hanno ruoli a più dimensioni, salvo qualche eccezione di donne brutte. In compenso nei western italiani c'è spesso un sottotesto omosessuale, in primo piano c'è spesso un'amicizia maschile forte, che a volte diventa odio. In fondo tra Clint Eastwood e Lee van Cleef c'è una storia d'amore".

Come definisce la violenza nel suo cinema?
"Se Kill Bill fosse stato un film realistico, non avrei fatto uccidere una donna davanti a sua figlia. Ma Kill Bill è uno spaghetti-kung fu. Invece in Le iene o Pulp fiction la violenza è quella delle strade, quella che conosco, in un certo senso politica. La particolarità è che mentre altri registi si fermano a un certo punto, io vado fino in fondo, mi calo nel carattere del cattivo e ci metto la mia logica interna. E la mia logica interna è sanguinaria".

(Repubblica - 17 luglio 2007)

                                                                                                                               

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