dai giornali
Raoul
Bova, eroe-poliziotto per sempre
"Le forze dell'ordine non vanno criticate"
La
sua (bella) faccia è diventata un'icona delle forze dell'ordine nostrane.
Visto che lui, Raoul Bova, è stato poliziotto o carabiniere varie volte, sul
grande e piccolo schermo: dalla Piovra a Ultimo, passando per uno dei suoi
maggiori successi cinematografici, l'action movie in salsa mafiologica
Palermo-Milano solo andata. E così non sorprende che oggi, alla conferenza
stampa di presentazione del sequel di quel film (titolo Milano Palermo - Il
ritorno, di nuovo diretto da Claudio Fragasso) il divo italiano difenda a
spada tratta i tutori della sicurezza. Anche di fronte al caso Gabriele
Sandri: "Nonostante i rischi di vita, i guadagni bassi - dichiara - tengono
alta la loro missione. Ci sono tante persone che fanno bene questo lavoro,
che ci credono. Non bisogna, per un singolo episodio, andare contro di
loro".
Insomma, da parte dell'attore, una solidarietà totale: "Quello che è
accaduto ad Arezzo è solo un caso isolato - prosegue Bova - un fatto fine a
se stesso, un incidente: bisogna prenderlo per quello che è. Non dobbiamo
dare giudizi affrettati". Parole così prudenti, le sue, da scatenare la
reazione del collega Ricky Memphis, co-protagonista della pellicola: "Le
pistole bisognerebbe usarle il meno possibile, anche i poliziotti - attacca
- certo, si tratta solo di un episodio: ma è un episodio enorme. Se è
successo, non bisogna difendere chi ha torto. E senza strumentalizzare il
calcio". Parole che se dette da lui, tifoso eccellente nonché star della
serie tv Distretto di polizia, fanno senza dubbio effetto.
Uno scambio polemico, quello tra i due attori, condotto sul filo
dell'attualità. E che movimenta la conferenza stampa del film, sequel della
pellicola di 11 anni fa, con gli stessi protagonisti di allora (Bova,
Memphis, Giancarlo Giannini, Romina Mondello) affiancati dalle new entry
Gabriella Pession, Simone Corrente, Enrico Lo Verso. Ecco la storia: Turi
Arcangelo Leofonte (Giannini), il ragioniere della mafia già al centro della
pellicola originale, dopo aver accettato di collaborare con la giustizia si
prepara a uscire dal carcere, con una nuova identità. Ma il figlio (Lo
Verso) del vecchio boss Scalia gli dà la caccia: a proteggerlo il poliziotto
Nino Di Venanzio (Bova), diventato questore aggiunto, e l'ispettore
superiore Remo Matteotti. Che, insieme ad altri colleghi, dovranno ancora
una volta attraversare l'Italia, esposti a pericoli di ogni genere...
Un film che è uno dei pochissimi tentativi di action-movie italiani, a base
di ritmo sostenuto e innumerevoli colpi di pistola, e che guarda anche alla
lezione degli spaghetti western. Una scelta che Fragasso rivendica con
forza: "Sono uno strenuo difensore dei film di genere - spiega - sono
convinto che in Italia ci sia bisogno dei generi: commedie, horror, azione.
E' anche la strada migliore per esportare i nostri film. Fino alla fine
degli anni Ottanta, c'era questa tradizione, poi abbiamo abbandonato questo
tipo di cinema". Poi l'autore si dice anche infastidito per l'ossessione
tutta italiana per la credibilità, l'assoluta verosimiglianza: "La colpa è
del neorealismo - attacca - ma il cinema è fatto anche di emozioni, di c...ate:
pensate a Die Hard...".
Insomma, una quota di non credibilità viene non solo giustificata, ma anche
tollerata dal regista. Che nel caso specifico ha ripreso, dopo un notevole
lasso di tempo, una storia di successo: "Ci pensavamo da un bel po' -
prosegue Fragasso - ma avevamo bisogno che ci venisse in mente una chiave, e
anche che tutti questi attori fossero liberi da altri impegni. E poi c'era
la fatica di differenziarci delle tante fiction poliziesche".
Alla fine, però, la missione è stata compiuta. Eppure, almeno all'inizio,
non tutti erano convintissimi: "Io e altri vecchi interpreti non volevamo
farlo - rivela ad esempio Bova - non volevamo rovinare la bellezza del primo
film. Per due anni siamo andati avanti così". A un certo punto, comunque, la
situazione si è sbloccata. Anche se sul set, racconta ancora Raoul, non è
che tutto sia stato rose e fiori: "Non è che ha dei modi molto fini ed
educati, nel trattare gli attori - conclude, tra il divertito e il
rassegnato - ma lui è l'unico regista italiano, insieme a Michele Soavi, a
saper fare questo genere di pellicole. Film di intrattenimento, come è
giusto che siano. Ma con un messaggio contro la mafia, come si vede alla
fine della storia".
Claudia Morgoglione - Repubblica - 15 novembre 2007
AMCT