soggettive
Scamarcio:
"Faccio un Sessantotto"
Il film di Placido sulla contestazione. Il successo. L'amore. Colloquio con
Riccardo Scamarcio
Con
quell'a spetto arruffato, quel piglio tenebroso e quel linguaggio
compiaciuto sarebbe stato un perfetto leader del Sessantotto. Di quelli di
seconda fila, però: troppo belli, troppo sexy, troppo vaghi per essere presi
sul serio nelle battaglie che contano. Ma perfetti per il cinema, specie in
film che rivisitano quell'anno cruciale con gli occhi della nostalgia. Così
ne 'Il grande sogno', che Michele Placido sta girando a Roma sulla traccia
della sua storia personale, Riccardo Scamarcio porta sullo schermo
l'esperienza sessantottina del regista: quella di un giovane poliziotto del
sud che deve fronteggiare i ragazzi della contestazione. Ma che, in barba
alle idee di Pasolini, nel giro di pochi mesi mesi si ritrova felice e
appassionato dall'altra parte della barricata.
È una storia di quarant'anni fa, Scamarcio. Per lei dev'essere stato come
girare 'La freccia nera'.
"No, perché qui c'è un legame sociologico, lì andavo a cavallo. Certo, per
me il Sessantotto è lontanissimo. Neanche i miei genitori hanno fatto in
tempo a viverlo: avevano 14 anni".
Che idea si è fatto di quell'anno?
"Penso che sia stato importantissimo su tutti i fronti. La gente discuteva e
lottava per le proprie idee. Sono convinto che il conflitto sociale aiuti il
pensiero. Non per niente in quel periodo il cinema produceva film
straordinari come 'Il conformista' di Bertolucci".
Lei è andato nei licei a presentare un film ancora più arcaico, 'I pugni
in tasca' di Bellocchio. Che cosa ha detto a quei ragazzi?
"Mi sono focalizzato sul senso di solitudine e inadeguatezza del
protagonista. Un sentimento che scavalca le generazioni e che io conosco
bene".
In quel caso il protagonista massacra la famiglia. A lei è andata meglio.
"Guardi che anch'io sono stato per un po' contro tutti, schiacciato da
insuccessi scolastici e da rapporti problematici. Mi ha salvato una sfida
con me stesso: riuscire a entrare nel mondo del cinema".
Dove oggi è un divo. Di lei si parla come un novello Valentino, Dean,
Brando, Mastroianni...
"Piano, piano... Io sono Riccardo Scamarcio, un ragazzo di provincia che ha
studiato come un matto al Centro sperimentale e che dopo alcuni anni di
inesperienza, in cui non sapeva gestirsi e si faceva pagare due lire, oggi è
felice di fare pienamente l'attore. Però, se mi paragonano a Mastroianni, mi
metto a fare l'imitazione di Banfi".
Non la preoccupa tenere il passo col successo?
"Faccio scelte naturali, che però funzionano. Da un paio d'anni posso
permettermi di lasciar perdere commediole sentimentali e correre, come ho
fatto, se mi chiama Costa Gavras".
Magari anche per smarcarsi dal cliché di idolo delle ragazzine.
"Per carità, e chi si vuole smarcare? Caso mai me le porto tutte a vedere
Costa Gavras, Luchetti, Placido, Rubini...".
Le sue fans più accanite hanno un'età prepuberale, tra i 9 e i 12 anni.
Sono precoci loro o non è vero che lei è un'icona sexy?
"Entrambe le cose. Una bambina che avrà avuto 10 anni un giorno mi ha
gridato 'Scopami!'. La cosa più impressionante è che aveva un tono
provocatorio-ironico, come chi la sa lunga. Le ho risposto: 'Ma vattene a
casa!'. La precocità è dovuta alla massa di informazioni a cui sono esposte.
Ma io rappresento la parte più alta e sana di queste informazioni".
Davvero?
"Sì, perché per loro io non sono Scamarcio, ma Step, il protagonista di 'Tre
metri sopra il cielo'. Attraverso di me, rivendicano la celebrazione
dell'amore. Forse ci sarà un po' di precocità sessuale, ma il problema sta
altrove".
Dove sta?
"Nella semplificazione. Si rende tutto più semplice per vendere meglio. I
ragazzi sono i primi a subire questa situazione. C'è un appiattimento
generale. Anch'io, che fino a un anno fa pensavo di essere un
anticonformista, oggi mi sento un anticonformista conformato".
In altre parole, sta diventando grande.
"Forse, ma la cosa non mi piace affatto. Anche in questo momento mi sto
autocensurando perché so che quello che dico può essere strumentalizzato. Il
punto è che nessuno ci difende più come cittadini".
(Stefania Rossini per l'Espresso - 25 settembre 2008)
AMCT