dai giornali

Shia LaBeouf, il nuovo Indiana Jones
di Arianna Finos

 


Disturbia, Transformers e il quarto episodio della saga diretta da Spielberg: sono i film fatti e in arrivo di questo ventenne con tanta ambizione, un po' di cinismo e talento da vendere

«Non so cosa mi riserva il futuro: sono un attore, non un commercialista», puntualizza Shia LaBeouf. Eppure è innegabile che questo figlio della periferia di Los Angeles qualche calcolo ha cominciato a farlo già in tenera età: a dodici anni, guardando la lussuosa tavola da surf di un compagno già “nel ramo”, ha capito che si potevano fare i soldi con il cinema.

Il suo naso da grazioso formichiere aveva fiutato giusto: nove anni dopo, a ventuno appena compiuti, è seduto sulla montagna di milioni incassati dai suoi film, ultimo Disturbia, tre settimane di primato al botteghino americano (da noi in sala ad agosto). Sulle sue spalle potenziate dall’allenamento necessario all’action, il giovane Shia (si pronuncia “Shaia”, è un nome ebraico e significa “dono di Dio”), poggiano le sorti del kolossal catastrofico Transformers, uscito in anteprima nelle sale italiane e ora al lancio mondiale. E, soprattutto, l’ultimissima crociata, la quarta, di Indiana Jones: Steven Spielberg lo ha infatti voluto Indiana Junior,figlio illegittimo dell’archeologo predatore. Shia ci parla al telefono da Los Angeles. All’inizio è molto laconico, poi s’entusiasma e alla fine la sua chiacchiera si fa inarrestabile. Sull’argomento soldi, filosofeggia: «A questo mondo non si può vivere senza.

Facendo l’attore non sono costretto ad ammazzarmi di fatica per sfamare una famiglia e posso permettermi un tenore mai immaginato dai miei genitori. Non avrei neanche bisogno di lavorare, il mio stile di vita è modesto: guido una Nissan, abito in un appartamento di due camere e bagno. Mio padre vive in una tenda, mia madre in una casetta sulla collina. Abbiamo i soldi per il resto della vita». È una famiglia sui generis, quella del giovane cresciuto a Echo Park, periferia malfamata. Il padre era un clown convertitosi spacciatore e ripulitosi, poi, a colpi di programmi di riabilitazione, la madre una immigrata russa di Brooklyn. Shia li ama appassionatamente: «Venire da una famiglia anticonformista mi ha regalato la libertà di un diverso punto di vista. In quelle convenzionali il libero pensiero non viene incoraggiato, si parte dal presupposto che chi ha vissuto più a lungo ne sa di più. Con i miei non è stato così e questo mi ha aiutato: quando sono sul set posso confrontarmi con il regista senza essere manovrato come un burattino».

È stato subito burattinaio di se stesso, il ragazzino con gli occhi dolci. Che, a dodici anni appunto, quando già andava a fare il cabarettista nei night club («umorismo osceno, battute da cinquantenne sporcaccione davvero disgustose in bocca a un ragazzino con le bretelle», confessa) ha scelto sull’elenco telefonico il nome di un agente e ha chiamato: «I miei genitori mi avevano avvertito che se volevo far l’attore non mi avrebbero ostacolato, ma neanche sostenuto. Ho preso le pagine gialle e ho chiamato fingendo di essere il mio manager, cercando di fissare un appuntamento. La donna al telefono ha capito subito che ero un ragazzino ed è rimasta colpita dal fatto che un pargolo chiamasse da solo. E tutto è cominciato così». Sì, è cominciata una carriera prima televisiva a Disney Channel, poi cinematografica in film come Holes - Buchi nel deserto, Scemo & più scemo - Iniziò così, Constantine, Io Robot, Bobby, Guida per riconoscere i tuoi santi. «Sul set di Holes ho incontrato il mio primo maestro, Jon Voight. Guardandolo lavorare, giorno dopo giorno, ho capito che volevo fare l’attore».

Non pensa, Shia, di aver perso un po’ della spensieratezza di un’infanzia tradizionale? «Se parliamo di quelle cose tipo giocare coi compagni di classe, sì. Ma a 13 anni, quando gli altri sognano di fare chiasso a scuola, io sono stato pagato per far chiasso, buttarmi dai palazzi, pilotare un elicottero. Credo che la mia sia stata molto più “infanzia” di tante altre». Ora il giovane LaBeouf salva l’umanità dall’invasione dei cattivissimi Transformers: «Ci giocavo da piccolo, il mio preferito era Memor, quello che da registratore si trasformava in robot. Mi piaceva perché quando ci giocavi suonava e faceva tutta una serie di rumori». I Transformers da grande schermo sono ben più temibili, divisi in due fazioni e intenzionati ad appropriarsi delle ultime risorse energetiche del pianeta in una valanga di combattimenti ed effetti speciali guidati dallo specialista Michael Bay (quello di Armageddon e Pearl Harbor).

Per affrontarli da protagonista l’attore ha dovuto faticare: «Corsa per sei miglia al giorno mentre giravo Disturbia, durante la pausa pranzo o dopo il lavoro. Durissimo, ma mi è servito nelle scene d’azione. Avere elicotteri che ti sfrecciano sulla testa, correre dentro campi minati, recitare sul tetto di un palazzo che salta in aria sono cose divertenti da vedere ma terrificanti da fare».

L’allenamento però si è rivelato un investimento in vista di Indiana Jones, per il quale l’ha scelto Steven Spielberg, che oggi lo considera una specie di pupillo e lo ha incoronato come il nuovo Tom Hanks («Il mio mito resta però Dustin Hoffman nel trittico “Signor Kramer-Laureato-Uomo da marciapiede”, gli somiglio pure fisicamente»). Shia racconta di quando è stato convocato: «Arrivo nervoso un’ora prima, mi piazzano in una saletta con una macchina tipo juke-box e cinquemila film. Entra Spielberg e mi spiega eccitato come un ragazzino come funziona. Poi mi dà il ruolo nel nuovo Indiana Jones. Esco dalla stanza e raggiungo il nirvana».

Si replica una settimana dopo, quando esce Disturbia, thriller per teenager ispirato a La finestra sul cortile. Lasciando perdere paragoni con Hitchcock, l’interpretazione di Shia, costretto agli arresti domiciliari che spia belle vicine e potenziali serial killer, è la cosa migliore del film, che si è rivelato un successo clamoroso di incassi: «Quando sono usciti i dati ero al Saturday Night Live e pensavo solo alla meravigliosa follia di essere, a vent’anni, nello show tv più importante d’America», ricorda LaBeouf. Che, nel poco tempo libero sente tanta musica: «I miei gruppi preferiti sono Stills e Wolfmother. Mi piacciono il rap e John Cage, Ghostface Killah e Wu-Tang Clan. Ma anche vecchie band come i Cream, i Deep Purple o i Pink Floyd». Ma la batteria, sua vecchia passione, ha smesso di suonarla.

 

(Repubblica 14 agosto)
 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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