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Spielberg
privato
di Silvia Bizio per Repubblica
A 61 anni compiuti pochi mesi fa, ma ne dimostra almeno una ventina di meno,
Steven Spielberg, non ha voglia di diventare un classico, un venerato
maestro, un signore che stacca le cedole dei successi passati. Anzi, il
celebre regista si sta rimettendo in gioco. Intanto, stando al 'Wall Street
Journal' è in corso una trattativa tra la Dreamworks di cui è uno dei soci
fondatori e il colosso indiano Reliance che porterebbe nelle casse dello
studio 500 miloni di dollari. E poi Spielberg torna dietro la cinepresa per
dirigere quattro nuovi film, due dei quali destinati a suscitare polemiche:
sono due pellicole che parlano dell'identità e della democrazia americana.
L'una è 'Lincoln' (con Liam Neeson), un film dedicato al presidente che
scatenò la guerra civile pur di liberare il Paese dalla vergogna della
schiavitù. È un progetto in cui Spielberg riprende i temi della
discriminazione razziale già trattati in 'Amistad' e nel 'Colore viola'.
L'altro film è 'The Trail of the Chicago 7' (con Will Smith, Kevin Spacey,
Sasha Baron Cohen), e riguarda un episodio della storia recente, quando nel
1968 dopo una violenta contestazione della convention democratica, sette
attivisti dell'opposizione extraparlamentare vennero accusati di
cospirazione contro lo Stato (vedi box). Ma il progetto su cui Spielberg sta
lavorando intensamente proprio ora, in collaborazione col neozelandese Peter
Jackson e la sua compagnia di effetti digitali Weta, è la trilogia tratta
dal fumetto 'Tintin' dell'autore belga Hergé. Infine, c'è 'Interstellar', un
soggetto ai confini della fantascienza, che tratta l'astrofisica con rimandi
alle teorie di Einstein.
Spielberg, nato a Cincinnati, cresciuto in Arizona e in California, continua
così ad alternare film che considera "personali" ('La lista di Schindler',
'Terminal' e 'Munich': in realtà pellicole di forte contenuto politico) a
kolossal commerciali che hanno ridefinito il linguaggio dei blockbuster,
come 'Lo squalo', o 'E. T.' (anch'esso film solo in apparenza commerciale,
in realtà un'opera che spiega che non dobbiamo aver paura degli
extraterrestri, perché siamo tutti un po' stranieri in patria), 'Incontri
ravvicinati del terzo tipo', o i quattro 'Indiana Jones'.
Abbiamo incontrato Spielberg a Los Angeles, dove vive con la moglie Cate
Capshaw e i loro sette figli, che vanno dai 30 ai dieci anni di età. Ci ha
parlato del suo futuro, del linguaggio del cinema, dei maestri: Federico
Fellini prima di tutti, del suo rapporto con gli attori e della famiglia.
Signor Spielberg, come concilia film commerciali come 'Indiana Jones' (è
recentissima l'uscita del quarto episodio) con pellicole d'impegno politico
come 'Munich' ?
"Per me non ci sono film commerciali e film colti. Non faccio distinzioni di
sorta tra un 'Indiana Jones' e un 'Munich'. Cerco solo di non ripetermi e
non diventare prigioniero di uno stile specifico. Faccio lo sforzo di
reinventarmi ogni volta, come ho cercato di reinventare 'Indiana Jones',
tornando allo spirito dei tre precedenti capitoli degli anni '80,
aggiornando però il linguaggio alle esigenze del Ventunesimo secolo. Ho
cercato di riprodurre il brillante stile Technicolor come fosse una versione
moderna di un film di Hitchcock degli anni '30. Per 'Munich' mi sono
ispirato allo stile cinema-vérité di Hollywood degli anni '70, tipo 'Il
giorno dello sciacallo' di Fred Zinneman. Faccio in continuazine dei
repêchage cinematografici. Ma sto attento che siano diversi da film a film.
La vera sfida è essere fedele allo spirito del tempo, parlando al pubblico
contemporaneo, e non quella tra il presunto alto e il presunto basso".
A proposito del linguaggio contemporaneo. Lei più volte ha espresso
perplessità nei confronti del cinema digitale, e si è dichiarato fedele alla
pellicola. Nella trilogia tratta da 'Tintin', storia di un reporter
giramondo prima della Seconda guerra mondiale, farà ampio uso di effetti
digitali. E poi i film verranno anche proiettati in 3D. Ha cambiato idea?
"Premetto che ho avuto un debole per 'Tintin' fin da piccolo. Detengo i
diritti cinematografici dei romanzi illustrati di Hergé, e fin dagli anni
'80 ho sognato di farne un film. Ci sono voluti vent'anni per mettere a
punto il copione giusto. Con Peter Jackson faremo tre film uno dopo l'altro:
io dirigerò il primo, a partire da settembre, lui il secondo, e forse
dirigeremo insieme il terzo. Useremo la tecnica del 'motion capture', come è
stato fatto per 'Polar Express', 'Beowulf'. Gli attori reciteranno e poi le
loro immagini verranno ritoccate dal computer. Il cane di Tintin sarà invece
una figura completamente animata. In effetti mi sto addentrando in un nuovo
territorio. Sarà una sfida".
Non ha risposta alla domanda se comincia a credere nelle potenzialità del
3D.
"Ci vorrà del tempo prima che questa tecnologia possa attecchire sul grande
pubblico. Finora, in America sono solo 2.300 le sale che hanno installato
sistemi di proiezione digitali, delle circa 37 mila esistenti. La
maggioranza degli esercenti sembra restia a investire sui costosi proiettori
digitali, e rimane da capire se il pubblico è disposto a pagare di più per
vedere al cinema un film in 3D. Ma è un esperimento che vale la pena
tentare".
Dopo 'Tintin' dirigerà 'Lincoln'?
"Abraham Lincoln è il presidente che più ho amato fin da quando frequentavo
la terza elementare. Otto anni fa, mentre preparavo uno spettacolo per
l'amministrazione Clinton alla Casa Bianca, una delle consulenti
dell'evento, Doris Kearns, mi disse che stava scrivendo un libro su Lincoln
intitolato 'King of Rivals'. Ho acquistato i diritti cinematografici seduta
stante. Sto aspettando di ricevere il copione finale, su cui sta lavorando
Tony Kushner (coautore del 'Munich', e autore di sceneggiature radicali e
spesso controverse, ndr), e spero di farlo uscire nel novembre 2009, in
concomittanza con il 200esimo anniversario della nascita di Lincoln".
Parliamo di 'The Trail of the Chicago 7'.
"È una vicenda che mi affascina. Non sono mai stato un contestatore né un
hippie e non ho mai preso droghe. Forse è per questa ragione che sento di
avere una visione più oggettiva di quegli anni. Molti miei coetanei erano
coinvolti in storie di politica o di droga. Io invece osservavo lucidamente
gli eventi. Mi è venuta l'idea di fare un film su quel periodo, per far
vedere ai giovani d'oggi che i loro coetanei di allora, soprattutto gli
studenti universitari, avevano una gran voglia di dire la loro sui problemi
che dovevano affrontare e sulla guerra in Vietnam. La protesta in America è
riuscita a fermare quella guerra. Non mi sembra che oggi si riesca a
contestare la guerra in Iraq con la stessa passione che si aveva negli anni
'60. Il mio film vuole essere quindi un'esortazione ai giovani di
mobilitarsi, di essere meno apatici".
Parliamo dei suoi maestri.
"Federico Fellini. Prima di tutti gli altri. Sognavo di conoscerlo. Era il
1972. Era la prima volta che andavo all'estero. La Universal mi mandò a Roma
per il lancio di 'Duel'. Non avevo fatto in tempo a entrare nella mia stanza
dell'Hassler che squillava il telefono. All'altro capo c'era una donna che
ha detto di essere l'assistente di Fellini, e che il maestro aveva visto 'Duel',
gli era piaciuto e voleva conoscermi. Mi sono precipitato all'appuntamento,
a piazza di Spagna, dove dopo un'attesa di 20 minuti sono venuti a prendermi
per portarmi da lui. L'incontro fu emozionante. Il Maestro, che passeggiava
con me per le strade di Roma tenendomi sotto braccio, chiacchierando
disinvoltamente con quella sua sottile ironia e istrionica dolcezza... Mi è
stato confidato che l'ultima lettera che Federico lesse prima di morire fu
una delle mie. Scambiavamo spesso lettere, le mie sempre piene d'amore e
ammirazione per il Maestro da parte di un allievo riconoscente".
Pensa di aver subito maggiormente l'influenza degli autori di cinema
europei rispetto a quelli americani?
"Non direi. Ho sempre avuto un debole per gli autori del cinema epico e
grandioso come David Lean e Stanley Kubrick, o per quei versatili
mestieranti come Michael Curtiz e Victor Fleming, registi di cui gli studios
si fidavano ciecamente perché capaci di fornire intrattenimento commerciale
di buona qualità. Ho studiato insieme a Brian De Palma, Francis Ford
Coppola, George Lucas: loro seguivano il cinema europeo di quegli anni. De
Palma ha avuto le sue fasi alla Godard, Coppola venerava Visconti e si era
studiato 'Il Gattopardo' prima di girare 'Il padrino'. Lucas da giovane
amava Cocteau e Dreyer. Io invece guardavo alla nostra storia, a Hollywood,
all'epoca d'oro del sistema degli studios. Sono il più nazional-popolare di
quel gruppetto di cinefili che cominciarono negli anni '60, e poi diventati
registi di successo".
"Che rapporto ha con i suoi attori?
"Di reciproca dipendenza. Indiana Jones, non potrebbe esistere senza
Harrison Ford. Il pubblico si riconosce nelle tribolazioni dell'eroe, deciso
a raggiungere i suoi obiettivi ma pieno di paura. Nemmeno Humphrey Bogart
riusciva a esprimere quei sentimeti come lo fa Harrison".
Da ragazzo girava filmini con la Super 8 regalatale da suo padre. Fa lo
stesso con i suoi figli?
"Non fanno che riprendere immagini o girare scenette coi loro piccoli
videoregistratori digitali. Recitano scenette con diversi accenti.
Improvvisano tranche-de-vie che si rivelano un ottimo strumento per capire i
figli".
Cosa prova all'idea che un videogioco come 'Grand theft auto' abbia
incassato 400 milioni di dollari in pochi giorni, più del suo 'Indy 4' in un
mese di proiezione nelle sale Usa?
"Penso che ho scelto il business sbagliato. Seriamente parlando, se
facessimo pagare 50 dollari per un biglietto nei cinema, anche noi
incasseremmo 500 milioni di dollari in un giorno. L'industria del videogioco
è molto redditizia, perché i suoi costi sono minimi rispetto a un film. E
poi anch'io ho creato un video: 'Boom Box'.
(30 giugno 2008)
AMCT