film

THE DAY AFTER TOMORROW - di Roland Emmerich - con Dannis Quaid, Jack Gyllenhall, Emmy Rossum - USA - 2004 - 124'

 

La storia è tutta deducibile dai trailer ed è basata su una, ahinoi, molto seria teoria sul clima del pianeta: il progressivo riscaldamento dell’atmosfera non si limita a farci sentire “più caldo d’estate, ma ha l’effetto di far sciogliere i ghiacci del polo sud; questo genera uno squilibrio nella presenza di sale del mare tanto da alterare fino a bloccare del tutto la tiepida corrente del Golfo che regola il clima nel nostro emisfero. Possibile risultato: uno sconvolgimento climatico gigantesco che porterebbe ad una glaciazione dell’intero emisfero.

E il film, con effetti speciali sempre più strabilianti, racconta di un gruppo di sopravvissuti a New York sotto gli effetti terribili di un repentino innalzarsi delle acqua dell’Atlantico e della successiva glaciazione. La struttura è sempre  quella dei film di genere: la storia si dipana in una sapiente attesa fra una serie di personaggi più o meno legati fra di loro e nelle loro vite colte nel momento dell’avvicinarsi dell’evento.

Ma il film, decisamente leggero, apre un paio di riflessioni “a latere” forse non tanto lievi.

La prima riflessione è su New York. Di tutta l’America, la città più raccontata, la città “set all’aperto” non è Hollywood, patria del cinema; non è Washington, la capitale, come accade per Londra e Parigi e, neanche a dirlo Roma, capitali anche della cinematografia del proprio paese. Per “l’America” la città più raccontata è New York. Chissà che non sia proprio perché New York è stata per intere generazioni di immigranti su piroscafi, la porta di quell’America che sarebbero andati a costruire.

New York raccontata in tutti i modo da oltre 60 anni, anche nelle catastrofi:  dal primo “Risveglio del dinosauro”,  animale ibernato al polo e svegliato da una esplosine atomica che abbatte grattacieli, all’Inferno di cristallo, monito alla corruzione nell’edilizia, al Pianeta delle scimmie, fino a questo allagamento con glaciazione. New York tanto amata, forse, da concentrare sulla sua immagine tutte le catastrofi forse per esorcizzare le paure.

La seconda riflessione è sull’America. Nessun paese è capace, come questo di parlare malissimo di se stesso, di produrre film di acuta denuncia (pensiamo uno per tutti a Sindrome cinese). E questo  fa opinione, sensibilizza le coscienze, fa crescere la democrazia (certo, resta da spiegare il grande astensionismo alle elezioni…)

Ma la cosa ancora più straordinaria, è in America si producono film  ipercritici che fanno opinione e che… incassano comunque una montagna di quattrini.

Viene subito in mente Alberto Sordi: “ammazza, l’americà!”

 

                                                                                                                           

 

film

TV - fiction

eventi

percorsi

dai giornali

io penso...


cinecittà

scuola di cinema

cineteca nazionale

museo del cinema

istituto luce

casa del cinema

SAS cinema


AIC

AITS

AMCT

ANAC

ASC


Venezia

Roma

Torino

Locarno

Pesaro

Giffoni

David di Donatello

       ...e tutti gli altri


festivalcortometraggi


film in sala


Italica Rai

35mm

FilmUp

CastleRock

Cinefile

Cineboom

IMDB

Kataweb cinema

ArchivioImmagini

tutti i film per anno


RAI

RaiClick

Televideo


film commission


WebCam


produzioni