soggettive
Triage:
chi
non ha sbuffato impaziente vedendosi assegnato, in un qualsiasi “pronto
soccorso”, il bollino bianco o giallo che significa ore da aspettare
mentre i “rossi”, poveracci, imboccano dritti sparati l’astanteria?
Il triage di questo bel film, che ti tiene incollato sulla poltrona
facendoti dimenticare a volte di tirare perfino il fiato, è un
drammatico pugno allo stomaco che ti stende già dall’inizio della
storia. Quei cartellini blu, depositati pietosamente su quel poco che
resta a volte di un povero corpo umano straziato dalle ferite, e che
trasformano in pratica, te ne accorgi poche sequenze dopo, il medico del
misero ospedale da campo curdo in un Padre Eterno che deve decidere chi
eliminare – e lo fa personalmente aggiungendo così pena e dolore al suo
dolore ed alla sua pena - sia per risparmiargli atroci sofferenze sia
per poter dedicare tempo e cure a chi ha qualche possibilità di
sopravvivenza….
Ad ogni revolverata alla testa di quei poveretti il cuore ti sobbalza
violento in petto, hai voglia ad essere razionalmente consapevole che si
tratta nient’altro che di una bellissima drammatica scena magistralmente
proposta allo spettatore. E il sapore che ti rimane in bocca è quello
della rabbia che ingoi sapendo che queste cose accadono e continueranno
ad accadere all’infinito.
La storia è presto narrata: due fotoreporter che da 12 anni traversano
insieme i più crudeli teatri di guerra, si trovano in Kurdistan durante
un tentativo di riscossa dei curdi nei confronti dell’Irak di Saddam. Di
fronte all’estrema violenza della guerra in essere David (Jamie Sives)
convince il più coriaceo Mark (Colin Farrell) a tornare a casa.
Ma solo Mark torna….
Ottima prova d’attore di Colin Farrell, superba l’interpretazione del
sempre grande Chirstopher Lee, una citazione particolare per Branco
Djuric, bravissimo interprete della umanissima figura del dottor Talzani,
il medico-giudice supremo.
Claudio
AMCT