
dai
giornali
Da
trent'anni usa sempre gli stessi caratteri tipografici
Tutto cominciò in una tavola calda oltre l'Holland Tunnel...
L'ossessione di Woody Allen
è anche nei titoli di testa
di
RICCARDO STAGLIANO'
La sterminata
ermeneutica woodyalleniana fa un ulteriore passo avanti. Del
suo carattere si conosce tutto da tempo, come se le sedute
psicoanalitiche si fossero tenute nella casa del Grande
Fratello. Dei suoi caratteri, quelli tipografici dei titoli
di testa e di coda, si sapeva solo che erano sempre uguali a
se stessi. Immancabilmente bianchi su fondo nero, una specie
di "Times" più snello e aggraziato. Ma se il diavolo sta nei
dettagli anche la scelta del font e la sua genesi confermano
una certa tendenza ossessiva del formidabile cineasta.
Lo scoop, nascosto da tempo nelle pieghe della rete, è di
Randy J. Hunt, un newyorchese studente di grafica.
In un blog che si interrogava sulla coerenza zen
del "lettering" (la scelta dei caratteri) del regista, in
tempi in cui tutti tendono a stupire già dalle primissimi
scene, scrive: "Sto seguendo un corso di design tipografico
con Ed Benguiat e la notte scorsa ha raccontato di quando
faceva colazione ogni mattina nello stesso diner del New
Jersey. Tra gli altri commensali c'era spesso Woody Allen".
Prima notizia. Che ci faceva via da Manhattan, in una tavola
calda dall'altra parte dell'Hudson River, raggiunto
inabissandosi (lui, claustrofobico confesso) nell'Holland
Tunnel che fa mancare l'aria anche ai più disinvolti? Per
soprammercato nello stato che un suo personaggio,
osservandolo schifato da una finestra dell'Upper West Side,
paragona a "una vasta, primitiva terra desolata".
Seconda notizia. Il regista, che fa della sua inettitudine
emotiva e relazionale un marchio di fabbrica, avvicina
Benguiat e gli chiede consiglio su un buon font per i titoli
dei suoi film. "Windsor" è la risposta, "nella variante EF
Elongated" (i feticisti del Maestro possono comprarli qui
www.elsner-flake.com per 35 euro e installarli sul
proprio computer).
L'incontro, si ricostruisce, avviene tra il '75 e il '77.
Perché in "Amore e guerra" (1975) i titoli, pur già in
bianco su nero, hanno un'altra foggia mentre il nuovo stile
viene adottato a partire da "Io e Annie" (1977). Da lì in
poi, con l'inesplicabile eccezione di "Interiors" (1978, è
anche la prima pellicola in cui non è attore), il font
concordato nel diner diviene la regola. Con sottofondi
variabili di Cole Porter, i fratelli Gershwin o jazz
dixieland a piacere.
Un brand inesorabile, sedimentato in 30 anni (tanti quanti
quelli di terapia analitica del filmaker) sulle retine e i
neuroni degli spettatori. Quando le lettere scorrono, nel
buio della sala, l'associazione pavloviana è immediata.
Tanto riconoscibili quanto i suoi occhiali neri di
celluloide. Non meno abitudinari delle sue sessioni
decennali di clarinetto prima al Michael's Pub e poi al Cafè
Carlyle, stesso repertorio ogni lunedì che dio mette in
terra. Delle giacche di velluto a coste rigorosamente
comprate da Macy's. Delle cene da Elaine's, locale
dell'Upper East Side, frequentato nella vita come sullo
schermo. Delle partite di basket dei Knicks al Madison
Square Garden.
Fino alla più specialistica e criptica titolazione di lavoro
dei suoi progetti, che non è mai cambiata e consta delle sue
iniziali seguite dalla stagione in cui sta girando: Wawp,
Woody Allen Winter Project o Wasp, per l'estate. Per uno che
ha poche certezze ma granitiche ("la vita si divide in
orribile e miserabile" sentenzia in “Io e Annie”), ogni
abitudine aiuta a sopravvivere. Quelle tipografiche incluse.
(la Repubblica - 31 gennaio 2008)
