film

 

I DUE MARESCIALLI

di Sergio Corbucci

cpn Totò, Vittorio De Sica, Gianni Agus

Italia - 1961 - 92'

L'8 settembre nella stazione di Scalitto, paesino del salernitano, durante un attentato, un ladruncolo specializzato in furti "feroviari" travestito da prete, pensa bene di scambiarsi i panni con quelli di un maresciallo che da sempre gli da la caccia senza sapere che da pochi minuti i carabinieri sono diventati nemici dei tedeschi.

E così il maresciallo cotone si ritrova sacerdote e Capurro carabiniere che in assoluta controtendenza aderisce alla Repubblica di Salò e si mette agli ordini (anche se malvolentieri) del locale comando della Gestapo. Il film di conseguenza è pieno di situazioni esilaranti, dal furore di Cotone prete quando un parrocchiano confessa un furto a quello che crede un sacerdote alla fuga di Capurro appena in paese si grida "al ladro" e il ladro vero corre dietro di lui che scappa per primo.

 

Molti i pregi squisitamente cinematografici.

Subito quello di essere probabilmente il primo film, dopo Tutti a casa di Comencini del 1960, che parla della guerra in chiave ironica: altro primato, in questo senso, del cinema italiano e della commedia all'italiana visto che Essere o non essere è del 1983, più di venti anni dopo.

E poi altre cosette.

Il film fu girato con una pellicola particolarmente sensibile per non avere troppa luce sul set: Totò aveva già problemi alla vista e infatti, per essere un film italiano, è insolitamente "scuro".

Nella prima settimana di lavorazione sia Corbucci che De Sica erano impegnati contemporaneamente ognuno sul set di un altro film e lavoravano a I due marescialli nel pomeriggio.

De Sica, che come è noto aveva una seconda famiglia in Messico, non fece in tempo a doppiare tutto il film e in due punti fu "imitato" da Carlo Croccolo. Un primo punto è nella scena in cui il gruppetto di partigiani deve rientrare in chiesa perchè i tedeschi stanno arrivando con in cani e qui segnalo la battuta di Totò che cerca di mandarli da un'altra parte "facciamo un buco nell'acquen, il proverbio lo dice, canem in chiesa nich fortunat".

L'altro punto in cui c'è la voce di Carlo Croccolo è sul finale quando Cotone corre appresso a Capurro e lo chiama "Domenicano... domenicano..."

A questo punto vale la pena di tornare a parlare di direzione dell'attore e di durata dell'inquadratura. All'epoca il montaggio era meno serrato e le inquadrature erano più lunghe anche perchè i regista poteva affidarsi alle capacità degli attori che venivano tutti dal teatro ed erano oltretutto capaci di improvvisare. Nell'inquadrature che ho citato prima, quella del proverbio, c'è un momento in cui Agus "entra" sulla battuta di Totò che per un attimo ha una piccola, impercettibile incertezza e "salva" il ciak.

Ricordo infine che Corbucci, fra gli altri, è il regista  nonchè creatore di Django. E, citando Totò in una latro film, "ho detto tutto".

 

 

 

fiore di cactus :)