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I BAMBINI SANNO - INTERVISTA A WALTER VELTRONI

Parlano trentotto bambini fra gli 8 e i 13 anni. Ne ha incontrati più di trecento di tutti i ceti sociali, di moltissime regioni italiane, di diverse identità culturali e religiose, raccontano soprattutto quel tempo della vita, il rapporto con la famiglia, con l'amore, con la speranza, anche con Dio.

Quante volte, quand'eravamo bambini noi, prima di dormire abbiamo pensato a noi stessi, alla nostra coscienza, ci siamo interrogati sul futuro, sui nostri genitori. Quello è il tempo delle domande e ho voluto raccontare le risposte che i bambini si son dati alle grandi domande.

Dal punto di vista letterario, cinematografico e umano mi ha sempre interessato quel tempo della vita in cui si diventa ciò che poi si è, quegli anni in cui non si è del tutto bambini e non si è del tutto ragazzi, in cui tutte le esperienze e le emozioni lasciano un segno talmente forte, in cui ogni scoperta viene razionalizzata.

I grandi spesso parlano con loro a voce alta, scandiscono le parole, manca solo che usino il verbo all'infinito come fanno gli stranieri.. Io ho cercato di ascoltarli e di raccontare proprio come ogni cosa, in quel tempo della vita, venga vissuta, metabolizzata, macinata, interpretata.

Abbiamo fatto lunghe conversazioni, li ho interrogati ad esempio anche sulla crisi, ho percepito un senso anche un po' cupo del tempo in cui viviamo. Però, alla fine del film, si esce con un senso di grande speranza.

Abbiamo fatto una proiezione in una scuola media, alla fine un'ora di dibattito, lì una bambina mi ha detto “ci porterò i miei genitori, così mi capiranno meglio” che è poi la frase che abbiamo scelto per il poster del film. È stato il complimento più bello. Con ciascuno di loro ho stabilito un rapporto di affetto, amplificato dal fatto che negli ultimi mesi ho vissuto con le loro immagini, frasi, parole.

Se ce n'è uno che mi ha colpito più di altri? Ce ne sono tanti. Penso al senso di allegria, di gioia che trasmettono due gemelline, una down e l'altra no.

Un regista amico mi ha detto che bisognerebbe tornare da loro fra dieci anni. Non è detto che non si possa fare, è un po' l'idea che sta dietro a Boyhood e, prima ancora, a quel bellissimo progetto che partì dalla Bbc alla metà degli anni Sessanta, si chiamava Seven Up, le interviste a un gruppo di ragazzini, poi ritrovati di sette anni in sette anni per vedere i cambiamenti.
Certo, il futuro magari non sarà bello come loro immaginano ma io voglio continuare a credere e sperare che, alla fine, la vita riservi loro le bellezze che sono state riservate a ciascuno di noi.

Giovanna Vitale per Repubblica.it
 

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